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lux lucet in tenebris

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Il BloG di Dicos0

Tutti quelli che hanno raggiunto grandi risultati, sono stati grandi Sognatori!!!

 

December 07

Rumore di vetri rotti…

Mi sono svegliato di soprassalto dal mio pensare muto. Una della mie innumerevoli collezioni di soldatini di piombo, quella con Napoleone a cavallo, è caduta rompendo tutta la vetrinetta che la esponeva.

M’ero ritirato nel mio deserto a meditare.

Un aureo paradiso dove solo io sono il benvenuto. È passata una settimana e più dalla morte dei miei amati colombi, ho costruito un nuovo presepe ed elemento principale è una colombaia abitata da tante colombe.

Lo vedi quest’uomo, è solo. È ricco di pensieri e meditazioni. Sono solo seghe mentali.

Ho promesso ad Hélène di scriverle una lettera, in vero le ho detto che è già nelle mani del postino, una bugia per non dire che non so che scriverle; no, non ho finito i miei argomenti, è che sto passando proprio giorni da schifo, tranne piccoli spiragli di luce; le ho già parlato della mia fede religiosa, o meglio non fede. Ma perché, allora, fai il presepe? Questa è la solita domanda che mi viene rivolta. Mi piace, poi vorrei tanto fosse vero che ogni anno il mondo si rigenerasse e tutti diventassimo più buoni, per sempre…

Guarda!!! Lo vedi il mio nuovo presepe, è lì sul tavolo da lavoro! Solo altri piccoli ritocchi di colore, un po’ di colla per fissare le porte e le finestre, domani sarà abitato.

La mia colombaia è vuota, un po’ come la mia nuova agenda, non ci sono più i miei amici, non ho ancora contatti. Presto mi risveglierò al tubare dei colombi come facevo fino a qualche giorno fa, io dormiglione, preferirei dormire fino a mezzogiorno, invece mi alzavo all’alba per udirli amoreggiare. Come è bello e semplice per loro! Che fai dormi! No, ci sono! Ma quant’è che ti svegli?! Il mondo va così! Ti devi adattare o muori. I soliti amici stronzi, di quelli che ne faresti mille volte a meno. Perdi tempo a leggere. I libri non ti insegneranno mai nulla!

Sisi. Beato te che non capisci nulla. Hai ragione, beato me!!!

November 30

Addio miei colombi!!!

Il 28 Novembre 2008 è stato il giorno più brutto della mia vita.
 
Mi sento ancora più solo senza i miei colombi.
 
Li avevo chiamati angeli, adesso sono veri angeli nel Cielo.
 
 
November 09

Ecco perchè l'ITALIA va a rotoli!

In Italia è costume scegliere i politici per come sanno parlare o per amicizie e scambi.
 
Il politico non va scelto per l'eloquenza ma per la sincerità, l'onestà, la dignità, le idee e la voglia di fare bene.
 
Dopo tutto chi deve sapere parlare bene: l'avvocato? Manco! Il banditore, il venditore, il mercataro, quelli devono conoscere l'arte oratoria.
 
E poi mi è stato insegnato che se ci vogliono più di tre parole per descrivere un prodotto, di sicuro è un pacco.
 
 
 
October 30

È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo!!!

Vivevo fino a qualche giorno fa in completa ignoranza, avevo letto la legge Gelmini, non mi ero scandalizzato tanto; ma poi ho partecipato alle proteste, ai sit in, ho visto le provocazioni degli infiltrati dei servizi segreti e dei ragazzi strumentalizzati. Sto leggendo di cosa stia succedendo in Italia, è il momento di LOTTARE!!! Gandhi ci ha insegnato tanto, la storia d'Italia ci ha insegnato tantissimo, abbiamo imparato molto e non faremo più gli stessi errori!!!
 
Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
October 19

L'ITALIA de VALORI unica OPPOSIZIONE!

IdV ha scelto subito un'opposizione chiara, lineare e intransigente, mentre il Pd ha ondeggiato con una linea collaborativa, a tal punto da sembrare talvolta persino collaborazionista. Ed è fuori luogo la pretesa del Pd di voler inglobare l'Italia dei Valori.
 
E appare fuori luogo anche la richiesta di procedere a una fusione, se non altro perché non si capisce a quale Pd bisognerebbe aderire, visto che sono tante le anime, tanti i gruppi e diverse le componenti. Ci vorrebbe un libricino con le istruzioni per districarsi in quella giungla.
 
Il buon Veltroni si attacca agli specchi per cercare di giustificare una opposizione che in questi mesi c’è stata poco o per niente.
 
Il segretario del Pd oggi si rende conto che deve recuperare.
 
Non abbiamo fatto un gruppo parlamentare insieme? E come potevamo farlo? Lui voleva andare a spasso a braccetto e farsi una passeggiatina con Berlusconi sapendo chi era. E noi abbiamo detto forte e chiaro chi era....
 
Guardate questi video proposti da alcuni amici di Marcianise.
 
October 16

Charlotte, mi hai deluso!

Sto leggendo un libro di Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons.
Il libro è un best seller, scritto bene e parla di Charlotte una ragazza di provincia che vince una borsa di studio per andare a studiare in una delle quattro università più importanti d'America.
 
Charlotte non mi ha mai deluso, almeno fino a circa la 554 pagina, la pagina in cui perde la verginità.
Posso dire mi ero innamorato di un personaggio di un libro, lei bellissima, semplice, vestiva così male, capelli castani, occhi azzurri, pelle chiarissima, fisico modellato dalle passeggiate nel suo paesino di montagna, così fuori dal comune.
 
Mi hai deluso Charlotte, mi hai deluso perchè non pensavo che avresti ceduto alle avance di quello scimmione, anche se ti ha presa mentre eri ubriaca.
 
Non so se continuare ancora a leggere il libro, mancano altre 230 pagine, non sarà più come prima.
 
Tom: a me sarebbe piaciuto un libro con la favola del terzo millennio, cenerentola che si innamora di un principe e... vissero per sempre felici e contenti, invece tu ci hai descritto la realtà dei fatti, una donna, per quanto possa essere intelligente e matura, perde la propria purezza sempre con l'uomo sbagliato.
 
 
 
October 07

Il fascino discreto dell’incompetenza

Elitismo. Elitismo. Elitismo. Intanto bisogna cominciare a fare i conti con la parola, e abituarsi. Elitismo. È una brutta parola, ma non lo è. È un concetto politico e culturale, niente di cui vergognarsi. Elitismo. Ripetetela a mente mentre vediamo perché è dilagata nel dibattito politico americano, e perché bisognerebbe avere il coraggio di discuterne anche da noi.

È dilagata per via del successo del suo contrario, che gli americani hanno chiamato antielitismo. L’antielitismo, sommariamente, è quella ormai solida consuetudine per cui riteniamo più adatte a ruoli di potere e gestione della cosa pubblica persone che non ne abbiano competenze particolari o superiori alla media, ma che invece siano cittadini «come gli altri».

Persone “normali”, piuttosto che persone “speciali”. Il caso più eclatante, e che ha fatto traboccare il vaso della pazienza di molti commentatori statunitensi, è quello di Sarah Palin. Sarah Palin è andata fortissimo nelle prime settimane della sua candidatura - ora un po’ meno, che il gioco si sta facendo duro -, e di questo bisogna farsi una ragione, invece che sghignazzare dei suoi inciampi e poi ride bene chi ride ultimo. Sarah Palin è andata fortissimo per le ragioni per cui i repubblicani hanno deciso di investire su di lei, e che lei ha cavalcato da subito: sono una donna, sono una mamma, sono una come voi, vado a fare la spesa, vado a caccia, e come voi non ho un pensiero raffinato o esperto sulle cose del mondo. Ma se mi devo occupare della nuova guerra fredda, beh, da casa mia si vede la Russia, nelle giornate limpide. So di cosa parliamo.

Fa ridere, già. Ma tutto questo non è niente di nuovo. Già di Bush fu esaltata a suo tempo la sua capacità di “parlar chiaro”, e le mille gaffes di incompetenza elencate dai suoi critici in questi anni non gli hanno fatto nemmeno il solletico.

La politica americana ha insomma capito che l’antielitismo ha attecchito solidamente nei cuori degli elettori, e ha scelto di seguirne la corrente, proficuamente: Bush è stato persidente per otto anni, Sarah Palin alla fine porterà più voti di Joe Biden, piaccia o no.

Naturalmente è facilissimo trovare esempi simili di successi politici anche da noi: a cominciare dal caso di Di Pietro, del suo popolare modo di esprimersi e del suo trattore (che si suppone essere l’esperienza che gli permette di occuparsi poi di Alitalia).

Per proseguire con tutto il repertorio umano campestre e da bar della Lega, con il capitolo a parte del pappagallismo berlusconiano, fino ad arrivare agli imbarazzanti tentativi di imitazione di gente di tutt’altro rango: come quando Fassino andò al programma di Maria De Filippi, “tra la gente”. È vero che la vicinanza al popolo è sempre stata nella tradizione della sinistra italiana, ma una volta si esprimeva in forme più sincere e meno goffe.

Come ha potuto questa involuzione culturale e politica insediarsi così radicalmente nelle nostre evolute democrazie? Senza che nessuno vi si opponesse seriamente? Per una tautologica ragione: qualsiasi obiezione all’antielitismo suona elitista, e quindi viene rifiutata e offesa dai suoi stessi destinatari.

Veidamo quindi di capire l’elitismo. L’elitismo (elitismo, elitismo, elitismo) è l’idea per cui rispetto a determinate questioni, ruoli, bisogni comuni, esistano delle “élites” di persone esperte, competenti, capaci, che saranno più adeguate ad affrontarli. Le cui opinioni e azioni saranno più importanti e proficue di quelle di altri. L’antielitismo non nega questo, ma ha un approccio diverso: non è la capacità di affrontare determinati problemi a suggerire la scelta di un candidato, ma la fiducia che questo candidato trasmette a chi lo sceglie grazie al suo essergli “familiare”, diciamo. Uno di noi.

I commentatori americani in questi giorni hanno fatto spesso l’esempio della scelta di un chirurgo o di un avvocato: li vorremmo seri, ricchi di titoli ed esperienza a costo di essere persone che ci mettono in soggezione, oppure simpatici conversatori, che incontriamo al supermercato o davanti a scuola ad aspettare i bambini, con curriculum meno solidi?

Il problema dell’elitismo è che se i criteri per la scelta delle élites non sono questi, ma si trasformano in traffici e favoritismi, in nepotismi, in corporativismi fossili, le cose peggiorano insopportabilmente.

Ed è dal rifiuto di questo tipo di elitismo - che tanta parte ha avuto nella storia delle democrazie occidentali e più che mai in quella italiana - che è nato per reazione l’antielitismo attuale. Per fame disperata di fiducia, dopo decenni di inganni e tradimenti. La politica italiana non vanta da tempo buoni esempi di élites capaci e illuminate, capaci di ottenere fiducia sulla base delle proprie qualità rispetto al loro ruolo. E anche per questo, oltre che per l’imbarazzo a pronunciare la parola (elitismo, elitismo, elitismo), che non è finora esistita da noi quasi nessuna reazione elitista. Per demagogia, per paura dell’accusa di elitismo. Le élites italiane non hanno prime pietre da scagliare. E quindi si nascondono, o finiscono per seguire demagogicamente la corrente elitista. E le nostre società si trasformano da democrazie in demagogie.

Fino a che la democrazia era giovane e incompiuta, se ne mediavano le richieste più retrograde con saggi interventi correttivi. Le élites provavano a “fare cultura” in tv, in politica si aveva il fegato di fare scelte illuminate e impopolari, e si pensava fosse una “missione” quella del giornalismo, eccetera. Poi la democrazia e la sua forma mercato hanno prevalso (in altri paesi, i limiti sono stati scritti più solidamente che da noi, e resistono meglio, ma a fatica): e ora si offre quello di cui c’è domanda prevalente, per farsi eleggere, per fare share, per vendere giornali.

O anche semplicemente per farsi adulare e apprezzare, bassa demagogia, trionfo delle vanità immediate. Nessuno vuole essere ricordato più. Ammirato subito. Ecco cosa è cambiato, in Italia. Era una democrazia, è diventata rapidamente una demagogia. Di conseguenza, i leader politici eletti non sono più persone "migliori di noi" (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). E se un tempo desiderare il male altrui era sanzionato da un sistema di valori trasmesso dalla cultura nazionale, oggi alcuni dei pensatori e leader di riferimento persino li promuovono, l’egoismo e il desiderio del male altrui.

La mediocrità. Questo abbiamo ottenuto in cambio, scegliendo persone “come noi”: il nostro peggio.
 
di Luca Sofri.
September 27

Siamo tutti casalesi di Roberto Saviano

Diffondetelo per liberarci.
 
Le stragi e i racket. I silenzi della società civile. Le connivenze di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. E a Castel Volturno a dire basta, sono stati solo gli immigrati clandestini
 
Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l'attuale sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d'ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme.

La reazione da queste parti è invece stata 'e allora?' oppure 'ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?'. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei?

No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall'interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo?

A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un'immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell'Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d'ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l'un l'altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell'erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all'altro regno della morte
Ci ricordano - se pure lo fanno - non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti. Gli uomini impagliati.


 
Una volta, quando mi sono domandato che cosa ho sottovalutato quando scrivevo il mio libro, ho ricordato questi versi di T. S. Eliot. Perché alla fine mi sono dato la risposta che non sono stati i clan, non è stato il loro potere e la loro ferocia. Non è stato nemmeno sapere fino a che punto riescono ad estendere il loro raggio d'azione, condizionare impresa e politica, gesti quotidiani, menti e cuori. Eppure quel che ho sottovalutato è stata proprio la zona grigia. Sarà perché è grigia già a partire dal suo nome, perché è sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità di grigio. Perché la massa di tutto quel grigio sfuma di fronte al rosso del sangue, perché la violenza e la ferocia nascondono quel grigio, e forse sanno istintivamente quel che nascondono, sanno che senza tutto quel grigio non avrebbero sussistenza.
 
Solo dei neri, degli immigrati neri di Castel Volturno l'altro giorno sono scoppiati in rivolta. Di fronte alla loro rabbia, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Cosang: "La Francia s'atteggia/ ma là/ nun esiste sistema che pava i stipendi/ e i peggio nun stanno insieme a chi fa e' leggi".

Dicevano i rapper di Marianella che qui non poteva accadere nulla di simile alle sommosse delle banlieue francesi, perché qui ad avvolgere e controllare tutti quanti ci pensa il Sistema: in basso la manovalanza criminale cui paga gli stipendi, in alto quelli che stanno vicino a chi fa le leggi e ne ricevono qualche tornaconto. E in mezzo, rassegnati o conniventi, quasi tutti gli altri.

Invece i neri di Castel Volturno li hanno smentiti. Anzi no: li hanno smentiti e hanno insieme confermato il senso di quella loro analisi scandita a ritmo di rap. Perché solo chi non aveva quasi nulla da perdere, soltanto chi ricopre l'ultimissimo gradino della catena di soprusi e sfruttamento ha saputo esprimere un moto di ribellione a questo sistema fondato sulla violenza. Soltanto quelle persone che magari non hanno il permesso di soggiorno, e come le vittime dell'agguato, lavorano in nero nei campi e nei cantieri, hanno saputo gridare 'basta', protestando la loro estraneità e la loro innocenza. E mi è venuto da pensare che, visti coi loro occhi, forse dovevamo apparire davvero tutti uguali, tutti parte dello stesso Sistema che li sfrutta e che li opprime e che arriva persino a massacrare indiscriminatamente le loro vite.

Questo è accaduto in questi giorni. Ed è anche accaduto che mentre gli altri giornali e mezzi di informazioni ne parlavano poco o pochissimo, diversi colleghi di questo giornale siano stati perquisiti per la seconda volta in una settimana. Perquisiti due volte in otto giorni per aver scritto gli articoli sulla collusione fra politici, imprenditori tra politica e camorra. Per aver violato il segreto istruttorio, secondo la magistratura. La stessa motivazione che ha determinato azioni analoghe nei confronti di Fiorenza Sarzanini del 'Corriere della Sera' e di Guido Ruotolo de 'La Stampa'. Entrambi rei di aver pubblicato pezzi che riguardavano le mani della 'ndrangheta sui lavori dell'Expo 2015 a Milano e sui legami tra gli emissari delle cosche e i politici sari delle cosche e i politici lombardi.

Qui non solo è in gioco l'astratto principio della libertà di stampa, principio che deve misurarsi con l'esigenza di segretezza delle indagini. Qui è in gioco il diritto di capire in che paese viviamo e chi ne determina l'aspetto e le sorti, da Nord a Sud. Perché è inutile sperare che qualcosa muti, che qualcuno alzi la voce, se si cerca di imporre il silenzio a chi ha il dovere di parlare e informare. La lotta contro il marcio che trascina l'Italia sempre più in basso, sarà destinata a non approdare a nulla, se non si potrà continuare a rivelarne i nomi, i luoghi, i ruoli e le responsabilità.

Le procure vogliono lavorare indisturbate, le procure si trovano anche loro sotto una pressione politica costante che concerne il loro operato. I pubblici ministeri avrebbero tutto l'interesse a far sapere all'opinione pubblica quel che fanno, far sapere che stanno lavorando ovunque e lavorando bene, che vanno avanti nonostante organici sempre più deboli e forze dell'ordine che faticano a trovare la benzina per le auto. Avrebbero l'interesse a denunciare la gravità di quello su cui indagano e di quello su cui non riescono a indagare, perché non ci sono uomini, non ci sono mezzi, non ci sono computer e ogni ora in più passata dagli agenti a dare la caccia a un latitante diventa puro volontariato perché lo Stato non pagherà mai lo straordinario di chi rischia la vita per servirlo e garantire giustizia.

Dovrebbero denunciare l'assurdità di un governo che aspetta otto morti per ordinare la mobilitazione nel territorio dei casalesi, come se le morti di Michele Orsi, Umberto Bidognetti, Raffaele Granata e le altre sei vittime cadute sotto la pioggia di proiettili della vendetta casalese dal 2 maggio in poi fossero state insignificanti. Un governo che si preoccupa di sottolineare la stretta contro gli immigrati clandestini come se la rivolta di Castel Volturno fosse l'origine del problema e non l'effetto della volontà terroristica dei killer, come se il problema fossero le braccia che lavorano e non quelle che impugnano il kalashnikov. Quei ministri che accusano la magistratura di mandare i mafiosi agli arresti domiciliari, nel rispetto del garantismo processuale che ispira la loro visione della giustizia, e poi negano a carabinieri e polizia le risorse minime per potere vigilare sui quei potenziali assassini perennemente in attesa di giudizio grazie alla foresta di norme che stravolgono ogni efficacia dei processi.
 
Quando il giornalismo lavora per fare emergere l'illegalità ha la consapevolezza di adoperarsi per un fine superiore, garantito dalla Costituzione. Lo stesso compito che è proprio dell'attività inquirente. Non può esserci conflittualità tra queste missioni. E non posso fare a meno di pensare al vecchio proverbio 'fra i due contendenti il terzo gode'. Ma soprattutto dovremmo tutti renderci conto che né media né magistratura saranno mai in grado di produrre da soli alcun cambiamento, fino a quando questo non sia richiesto e sostenuto da una larga parte dei cittadini. Per questo bisogna che loro sappiano e bisogna consentire di far conoscere e sapere quel che succede. Diceva Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori di quegli Stati Uniti d'America per i quali l'idea di democrazia era qualcosa di assai più vasto di un sistema politico di poteri e rappresentanze formalizzate: "Il nostro primo obiettivo dovrebbe essere dunque, di lasciare aperte all'essere umano tutte le vie che portano alla verità".

2008 by Roberto Saviano
published by arrangement with Roberto Santachiara
Literary Agency
 
Tratto da Repubblica.it Espresso
September 14

L'amore urlato...

...al tempo dei telefonini

di JONATHAN FRANZEN

Non sono contrario agli sviluppi tecnologici. La posta vocale digitale e l'identificazione del chiamante, che, abbinate, hanno annientato la tirannia dello squillo del telefono, sono per me le vere, grandi invenzioni dell'ultimo scorcio del ventesimo secolo. E quanto amo il mio BlackBerry, che mi consente di replicare a lunghe e sgradite mail con poche righe telegrafiche, e il destinatario non mancherà di sentirsi riconoscente, perché le ho digitate con i miei pollici. E le cuffie che cancellano i rumori, nelle quali diffondo rumore bianco su frequenze alterate («rumore rosa») ed elimino persino il rimbombo più assillante del televisore del vicino: le adoro.
E il mondo fantastico dei Dvd e degli schermi ad alta definizione, che mi hanno fatto dimenticare il pavimento appiccicoso di tanti cinema, gli spettatori maleducati che continuano a parlottare, e i masticatori a bocca aperta di popcorn: evviva.
Benché i miei aggeggi preferiti siano quelli che salvaguardano attivamente la privacy, sono anche favorevole a qualsiasi novità tecnologica che non mi costringa a interagire con essa. Se preferite trascorrere un'ora al giorno ad armeggiare con il vostro profilo su Facebook, o se per voi non c'è alcuna differenza tra leggere Jane Austen su Kindle o sulla pagina stampata, o se pensate che Grand Theft Auto IV sia la più grande opera d'arte da Wagner a oggi, sono molto felice per voi, a condizione di non coinvolgermi.
Le invenzioni che non riesco ad accettare, tuttavia, sono simili agli insulti che continuano a ferire, alle mazzate che continuano a far male. Lo sviluppo tecnologico che ha inflitto danni permanenti alla società — vale a dire, l'invenzione di cui non è nemmeno possibile lamentarsi in pubblico, malgrado i disastri provocati, pena il ridicolo — è il telefono cellulare.
Una decina d'anni fa, New York (dove abito) abbondava ancora di cabine pubbliche, in cui i cittadini mostravano rispetto per la comunità, rinunciando a infliggere al prossimo i loro drammi personali. Il mondo, dieci anni fa, non era stato ancora del tutto espugnato dalla chiacchiera. L'uso dei Nokia appariva un'ostentazione o una mania dei ricchi. Oppure, per essere generosi, una malattia, un'invalidità o una stampella. Sul finire degli anni Novanta, già si avvertiva a New York una morbida transizione metropolitana dalla cultura della nicotina alla cultura del cellulare. Se ancora ieri la tasca rigonfia della camicia stava a indicare un pacchetto di Marlboro, il giorno dopo conteneva un Motorola. Se ancora ieri la bella ragazza, tutta soletta, teneva mani, bocca e attenzione occupate da una sigaretta, il giorno dopo la vedevi assorta in una conversazione molto importante con una persona diversa da te. Il futuro di quella nuova moda mi appariva ancora incerto: chissà se New York sarebbe diventata una città di drogati del cellulare, pronti ad aggirarsi come sonnambuli lungo i marciapiedi avvolti in una sgradevole nuvoletta di vita privata, o se prima o poi i cittadini avrebbero preferito esercitare un maggior autocontrollo in pubblico.
Inutile dirlo, non c'è stato alcun dilemma. Il cellulare non era una di quelle trovate moderne, come il Ritalin o gli ombrelli extra large, alle quali si oppongono valorosamente numerose sacche di resistenza civile. Il suo trionfo è stato fulmineo e totale. I suoi abusi sono stati vituperati e condannati in saggi, articoli e lettere a vari direttori, e poi vituperati e condannati con maggior vigore quando gli abusi sembravano aggravarsi, ma è finito tutto qui. Le rimostranze sono state accolte, qualche minima modifica applicata (la «carrozza tranquilla» sui treni; cartelli discreti che invitano alla moderazione, affissi in ristoranti e palestre) e di lì in poi la tecnologia cellulare ha trovato la strada sgombra per continuare a fare danni senza timore di nuove critiche, perché le nuove critiche sono semplicemente fuori posto, «nonnetto ». (...) Di tutte le varietà di cattivo comportamento con il cellulare, la più irritante è quella che sembra non infastidire nessuno, perché palesemente senza vittime. Parlo dell'abitudine, sconosciuta dieci anni fa, ma oggi diffusissima, di chiudere le conversazioni al cellulare sbraitando le parole «LOVE YOU!» O, ancora più opprimente e seccante, «I LOVE YOU!». Mi fa venir voglia di trasferirmi in Cina, dove non capisco la lingua. O di mettermi a urlare. Ammetto la possibilità che, tra tutte le persone che affollano la sala di attesa di un aeroporto, l'uomo più straordinariamente arido e incapace di amare sia io. È anche possibile, però, che la reiterazione abituale e frequente svuoti la frase del suo significato. Joni Mitchell, nell'ultimo verso di Both sides now, riporta la meravigliosa sorpresa nel dire ti amo «ad alta voce », nel dare espressione vocale a un sentimento di tale intensità. Stevie Wonder, in una canzone scritta diciassette anni più tardi, vuol telefonare alla persona amata, un pomeriggio come tanti, semplicemente per dirle «I love you», e siccome si tratta di Stevie Wonder (che ci scommetto è più affettuoso di me), riesce in qualche modo a farmi credere alla sua sincerità , per lo meno fino all'ultima riga del ritornello, dove trova necessario aggiungere: «E te lo dico dal profondo del cuore». Ecco, questa confessione è inammissibile quando si parla davvero dal profondo del cuore.
Proprio mentre sto acquistando i calzini da Gap, la mamma dietro di me in coda alla cassa strilla «I love you!» nel suo telefonino, e io non riesco a trattenermi dal pensare che siamo davanti a una sceneggiata: una recitazione istrionica, fatta in pubblico e imposta agli altri con un senso di rivincita. Se la dichiarazione d'amore di quella madre avesse avuto un peso emotivo personale e autentico, la donna non avrebbe dovuto usare qualche premura per salvaguardarla dalle orecchie del pubblico? Se era davvero sincera, dal profondo del cuore, non sarebbe stato meglio sussurrarla? Origliando la sua conversazione, da perfetto estraneo, mi sento coinvolto invece in una dichiarazione aggressiva di proprietà. È come se quella donna stesse dicendo a tutti i presenti: «Le mie emozioni e la mia famiglia valgono di più della vostra tranquillità». E inoltre, come sospetto spesso: «Voglio far sapere a tutti che, a differenza di molte persone, tra cui quel bastardo di mio padre, io sono una donna che esprime sempre l'amore che prova per i suoi cari».
O forse, travolto da un'irritazione che adesso comincia a sembrarmi un po' lunatica, mi starò immaginando tutto?
Il cellulare raggiunse la sua massima popolarità l'11 settembre 2001. Da quel giorno, impressi nella nostra memoria collettiva, i cellulari sono diventati l'ultimo veicolo affettivo nella disperazione. In ogni «I love you» troppo forte che sento oggi è difficile non risentire l'eco di quei terribili, indispensabili, laceranti «I love you» lanciati dai quattro velivoli in picchiata e dalle due torri che si sbriciolavano. Ed è precisamente questa eco, proprio perché eco e per di più circonfusa di sentimentalismo, che mi irrita a non finire.
La mia esperienza dell'11 settembre fu anomala per la mancanza di televisore. Alle nove del mattino, ricevetti una chiamata dal mio editore il quale, dalla finestra del suo ufficio, aveva appena visto il secondo aereo schiantarsi contro una torre. Mi recai immediatamente al televisore più vicino, nella sala conferenze dell'ufficio di compravendita immobiliare al piano di sotto, e osservai con un gruppo di agenti la prima torre, e poi la seconda, che crollavano al suolo. A quel punto rientrò la mia compagna e passammo il resto della giornata ad ascoltare la radio, a controllare Internet, a rassicurare le nostre famiglie e a fissare, dal tetto dell'edificio e dalla Lexington Avenue, invasa da una marea gente che scappava dal centro, la polvere e il fumo che, dalla punta di Manhattan, si addensavano in una coltre densa e velenosa. Tre sere dopo, rimasi dalle 23 fin quasi alle 3 del mattino in una gelida stanza degli studi della ABC News, aspettando il mio turno per offrire al conduttore della trasmissione, Ted Koppel, la prospettiva di uno scrittore sugli attacchi del martedì mattina. L'attesa non fu breve. Spezzoni dello schianto dei velivoli e del crollo delle torri e degli incendi venivano ripetuti ossessivamente, intervallati da lunghi segmenti sulla tragedia emotiva che aveva colpito la gente comune e in particolare i bambini. (...) Intervenni quattro volte in tre ore e mezza. La seconda volta, mi venne chiesto di confermare le voci diffuse che quel fatidico martedì aveva profondamente cambiato la personalità dei newyorkesi. Non fui in grado di confermarle. Dissi che la gente mi pareva afflitta, non irata, e raccontai di aver visto i negozi del mio quartiere, il mercoledì pomeriggio, affollati di clienti che compravano capi di vestiario autunnale. Ted Koppel mi fece capire chiaramente che non mi ero dimostrato all'altezza del compito, per il quale avevo aspettato quasi tutta la notte. Con una smorfia, ribatté che le sue impressioni personali erano molto diverse dalle mie, e cioè che gli attentati terroristici avevano avuto un profondo impatto sulla personalità di New York.
Naturalmente, ero certo di dire la verità, mentre Koppel si limitava a ripetere luoghi comuni. Ma Koppel aveva guardato la televisione, e io no. Non avevo capito che il danno peggiore al Paese non era stato inferto dall'agente patogeno, bensì dalla massiccia e sproporzionata reazione del sistema immunitario, e tutto perché non avevo la tv. Confrontavo mentalmente il numero delle vittime della strage con altre statistiche di morti violente, come i tremila americani che avevano perso la vita in incidenti stradali nei trenta giorni precedenti l'11 settembre, perché non avendo visto le immagini, credevo ancora che i numeri contassero per qualcosa. Sotto i miei occhi si delineava invece l'improvvisa, misteriosa e disastrosa strumentalizzazione del dibattito pubblico americano. E proprio come non riesco a non incolpare la tecnologia dei cellulari quando la gente riversa espressioni di affetto materno o filiale nei telefonini, infliggendo la loro maleducazione a tutti coloro che si trovano a portata di orecchio, non riesco a non incolpare la tecnologia mediatica per aver messo in primo piano, a livello nazionale, le emozioni personali. (...) Dal lato positivo, gli americani nel 2001 erano molto più pronti a dire «I love you» ai loro figli di quanto non lo fossero stati i loro genitori o i loro nonni. Ma disposti a competere sul piano economico? A stringersi insieme come un'unica nazione in un momento di crisi? A sconfiggere i nostri nemici? A formare salde alleanze internazionali? Forse da questo lato rischiamo di sconfinare sul versante negativo.
I miei genitori si conobbero due anni dopo Pearl Harbor, nell'autunno del 1943, e nel giro di pochi mesi si scambiavano lettere e cartoline. Mio padre lavorava per le ferrovie, la Great Northern Railway, ed era spesso inviato in varie località a ispezionare o riparare i ponti, mentre mia madre restava a Minneapolis dove era impiegata come receptionist. Delle lettere che lui le spedì, la più vecchia in mio possesso è datata il giorno di San Valentino del 1944. Si trovava a Fairview, nel Montana, e mia madre gli aveva scritto un cartoncino di auguri nello stile di tutto quello che gli avrebbe inviato negli anni precedenti il loro matrimonio: teneri bebè, bimbetti e cuccioli che incarnavano i più dolci sentimenti.
La lettera di risposta di mio padre portava il timbro di Fairview, Montana, il 14 febbraio.
Martedì sera.
Cara Irene, che delusione devo averti dato per San Valentino. Me lo sono ricordato, ma non avendo trovato un cartoncino qui in edicola, mi sentivo imbarazzato ad andare a chiedere dal fruttivendolo o dal ferramenta. Sono sicuro che anche qui, da queste parti, avranno sentito parlare di San Valentino. (...) Ne riparleremo a voce. Spero di rientrare a St. Paul il sabato sera, non ne sono ancora sicuro. Ti chiamerò al mio arrivo.
Con tutto il mio amore, Earl Mio padre aveva da poco compiuto 29 anni. È impossibile sapere come mia madre, nel suo ingenuo ottimismo, abbia accolto a quel tempo la sua lettera, ma se ripenso alla donna che ho conosciuto io, posso affermare senza ombra di dubbio che non era affatto il tipo di lettera che sperava di ricevere dal fidanzato. Dov'erano le paroline dolci e affettuose? Dove le divagazioni sognanti del loro amore? Era chiaro che mio padre la conosceva appena. Ai miei occhi, invece, la lettera di mio padre è traboccante d'amore. Amore per mia madre, certo: ha cercato di trovarle un cartoncino di auguri per San Valentino, le invia tutto il suo amore e promette di chiamarla al suo ritorno. (...) Negli anni successivi, mia madre non la finiva di lamentarsi che mio padre non le avesse mai detto di amarla. E forse è vero che non disse mai quelle parole, io almeno non le ho mai sentite. Ma di certo le scrisse. Mi ci sono voluti anni per trovare il coraggio di andare a leggere la loro vecchia corrispondenza, proprio perché la prima lettera di mio padre che mi è capitata tra le mani, dopo la morte della mamma, cominciava con un vezzeggiativo («Irenie») che non gli avevo mai sentito pronunciare nei 35 anni trascorsi accanto a lui, e finiva con una dichiarazione («Ti amo, Irene»), che mi ha impedito di andare avanti. Non era l'uomo che io conoscevo, e così ho seppellito tutte le lettere in un baule e l'ho riposto in soffitta a casa di mio fratello. Di recente, quando le ho riprese in mano e sono riuscito a leggerle tutte, ho scoperto che in realtà mio padre aveva dichiarato il suo amore a mia madre decine di volte, usando le parole importanti, sia prima sia dopo il matrimonio. Ma forse, anche allora, non era stato capace di dirle ad alta voce, e per questo, nei ricordi di mia madre, lui non le aveva mai «dette».
Both sides now, nella versione di Judy Collins, è stata la prima canzone a fissarsi nei miei ricordi. Veniva trasmessa senza sosta alla radio quando avevo otto o nove anni, e quel richiamo a dichiarare il proprio amore «ad alta voce», abbinato alla cotta che mi ero preso per Judy Collins, ha fatto sì che il significato primario di «I love you» abbia assunto per me un connotato sessuale. Perciò restavo sconcertato che la persona che mi rivolgeva costantemente tali parole fosse mia madre. Era l'unica donna in una famiglia di maschi e soffriva per un tale eccesso di sentimenti impossibili da ricambiare che finiva per riversarli in mille espressioni affettuose. I biglietti e le tenerezze di cui mi colmava erano identici, in spirito, a quelli che aveva destinato un tempo a mio padre. Molto prima della mia nascita, le sue effusioni già parevano insopportabilmente infantili a mio padre. Per me, invece, erano peggio che infantili e mi ingegnavo in tutti i modi per evitare di ricambiarle. Sono sopravvissuto a interi periodi della mia infanzia, lunghe settimane trascorse da solo in casa con lei, aggrappandomi a cruciali distinzioni di intensità tra «ti amo», «anch'io ti amo», e «ti voglio bene». Era essenziale non dire mai e poi mai «ti amo», o «ti amo, mamma». L'alternativa meno dolorosa era di bofonchiare un «ti voglio bene», quasi impercettibile. Ma un «anch'io ti amo», se pronunciato abbastanza in fretta e calcando sull' «anch'io», quasi fosse una semplice reazione automatica, mi salvava in parecchie situazioni imbarazzanti. Non ricordo che si sia mai offesa per i miei borbottii, né mi rimproverava se, come accadeva talvolta, ero incapace di rispondere se non con un grugnito evasivo. Ma non mi spiegò mai che dire «ti amo» era semplicemente una frase che le sgorgava dal cuore, stracolmo di sentimento, e che non dovevo sentirmi obbligato a rispondere con un «ti amo» ogni volta per compiacerla. E ancora oggi, quando mi sento aggredire da tanti «ti amo» strillati nei telefonini, io non percepisco altro che coercizione.
Mio padre, malgrado le tante lettere piene di vita e curiosità, non vide nulla di male nel relegare mia madre alla cucina e alla cura dei figli e della casa per quattro decenni, mentre lui si godeva la sua professione nel mondo degli uomini. Sembra la regola, sia nel microcosmo del matrimonio che nel macrocosmo della vita americana: i sentimenti sono prerogativa di coloro che non hanno alcun potere, e viceversa. I vari isterismi del dopo-11 settembre, sia il flagello dei «ti amo» che il timore e l'odio istigati dai nazionalisti più accesi, erano gli isterismi degli impotenti e dei sottomessi. Se mia madre avesse avuto anche altre ambizioni, forse avrebbe gestito con maggior realismo le sue esigenze affettive.
Per quanto freddo o represso o sessista possa apparire mio padre in un'ottica contemporanea, gli sono riconoscente di non aver mai detto, in tante parole, che mi amava. Mio padre prediligeva la riservatezza, vale a dire, rispettava la sfera pubblica. Credeva nell'autocontrollo, nella buona educazione e nella ragione perché in loro assenza, ne era convinto, la società non era più in grado di impostare un dibattito né di prendere decisioni per tutelare i propri interessi. Sarebbe stato bello, specie per me, se si fosse mostrato più espansivo con mia madre. Ma ogni qualvolta sento madri e padri ragliare quei «ti amo» nei loro cellulari, mi ritengo fortunato di aver avuto il padre che ho avuto. (...) Tra me e il luogo dove oggi riposa, si trasmette solo il silenzio. Nessuno ha maggior privacy dei morti. Mio padre ed io non ci diciamo molto di più oggi di quanto non ci siamo detti per molti anni mentre era in vita. La persona di cui sento la mancanza — e litigo ancora con lei mentalmente e mi sento in colpa, ma vorrei mostrarle le mie cose, invitarla a casa mia, prenderla in giro — è mia madre. Quella parte di me che si ribella rabbiosamente all'intrusione dei cellulari viene da mio padre. Quella invece che adora il BlackBerry, e vorrebbe scrollarsi di dosso pensieri e mestizia per divertirsi come tutti gli altri, l'ho ereditata da mia madre. Era lei la persona più moderna dei due, e benché sia stato lui, e non lei, a detenere il potere in famiglia, è stata lei a ritrovarsi dalla parte dei vincitori. Se fosse ancora viva e abitasse a St. Louis, e se vi capitasse di sedervi accanto a me nel Lambert Airport, in attesa del volo per New York, dovreste rassegnarvi a sentirmi dire che le voglio bene. Ma abbassando la voce.

Jonathan Franzen

September 09

La Repubblica condivisa di Furio Colombo

«Il Presidente della Repubblica ha ricordato la dignità dei militari italiani che furono deportati in Germania perché rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Di diverso avviso il ministro della Difesa». Cito dal Tg 1, ore 20, 8 settembre. In linguaggio deliberatamente piatto non nasconde il fatto certamente eccezionale: il ministro della Difesa La Russa, post-fascista, è di «diverso avviso» sul fascismo.

Infatti la vera frase del ministro è un omaggio alla Repubblica fascista di Salò nel giorno in cui il capo dello Stato stava celebrando, da solo, la Resistenza contro i tedeschi a Roma. C’era anche il sindaco di Roma, alla cerimonia, Alemanno, post-fascista anche lui. Il sindaco aveva detto il giorno prima il suo sentimento di rispetto verso il fascismo. Dunque, per prima cosa, è doveroso inviare da questo giornale un pensiero grato e solidale al Presidente Napolitano che ha celebrato la Resistenza italiana non con le autorità presenti ma insieme a tutti gli italiani che, come lui, credono nella Resistenza e nella Costituzione.

Per i più giovani, forse, è utile un chiarimento.

Che cos’è il fascismo? È un progetto di potere che non bada a spese di vite umane per affermare e rafforzare quel potere. Ha due nemici: chiunque all’interno di un Paese colpito dal fascismo, si opponga. E chiunque (o qualunque altro Paese) fuori dai confini nazionali, sia o diventi ostacolo all’espandersi del regime fascista. Ha tre comandamenti che, in Italia, erano scritti a caratteri immensi su tutti i muri: «Credere, Obbedire, Combattere». Il primo comandamento impone l’accettazione fanatica di una dottrina inventata. Nel caso italiano si chiamava «mistica fascista». I praticanti di quella mistica (cittadini di tutte le età) non avevano scampo. L’intimazione di credere è sempre una intimazione violenta. Significava che un livello superiore, forte abbastanza da lanciare quella intimazione, aveva conquistato potere assoluto con sangue, sottomissione, violenza e complicità.

Obbedire significava l’umiliazione di tutti davanti ai pochi che decidono di vita e di morte. Ci sono sempre, nella storia di tutti i popoli. Sono sempre i peggiori. E cadono fuori dalla storia a causa delle rivolte di libertà. Ma quando comandano non badano a sangue, dolore, umiliazione, morte per farsi ubbidire.

Combattere è il comandamento obbligato. Se sei fascista, o sottoposto al fascismo, c’è sempre qualcun altro da uccidere, persona, famiglia, gruppo o popolo.

Il fascismo per vivere ha bisogno di censura ferrea al fine di impedire anche il minimo alito di libertà. Il fascismo ha bisogno di paura perché ognuno, fascisti e non fascisti, resti al suo posto senza discutere. Il fascismo ha bisogno di miti per organizzare riti che sono sempre evocazioni di stragi. Quei miti sono invenzioni nel vuoto di cultura e di storia, e quei riti sono sempre armati, in attesa che siano pronte nuove vittime da immolare sugli altari della Patria.

La Patria è un mostro al quale, come tributo di grandezza e di difesa dei sacri confini, bisogna sempre tributare un doppio sacrificio: i propri figli, mandati comunque a combattere, dopo aver creduto e obbedito, perché non ci può essere pace fino alla vittoria del fascismo (al di là di un mare di sangue). E il sacrificio di altri popoli, scelti secondo una fantasia arbitraria (il fascismo non deve rendere conto a nessuno) dunque malata, in base a una dottrina di sangue, anch’essa malata che predica: «molti nemici molto onore». Vuol dire che a ogni guerra segue altra guerra, ad ogni persecuzione altra persecuzione.

Il fascismo italiano, giunto a uno dei momenti più alti e pieni del suo mortuario potere (1938) ha visto e identificato gli ebrei, gli ebrei italiani (italiani da secoli, al punto che persino alcuni di essi erano e si dichiaravano fascisti) come nemico finale e mortale.

Nemico da identificare, braccare, catturare, distruggere.

Per sapere quanto il progetto fosse esteso e totale, profondamente fascista e completamente auto-generato dal fascismo, basterà rileggere il pacchetto delle leggi razziali italiane. Da esse non traspare l’impeto brutale e cieco di un momento di barbarie. Si tratta invece di un disegno accurato e giuridicamente impeccabile per sradicare ogni vita, ogni professione, ogni lavoro, dal laticlavio senatoriale al lavoro manuale. L’impossibilità di dare, di avere, di possedere, di lavorare, di restare, di andare via, di essere padri, madri, coniugi, figli, fratelli, neonati, malati, vegliardi morenti, bambini nelle scuole. Tutto chiuso, impedito, escluso, proibito, vietato, ogni porta murata subito e per sempre.

Quando, da parlamentare della tredicesima legislatura, ho scritto, firmato, fatto firmare (anche da deputati di Forza Italia e di An) la «legge che istituisce il Giorno della memoria», questo ho inteso fare: affermare che la Shoah è un delitto italiano. Senza le leggi italiane e il silenzio quasi totale degli italiani, la Germania nazista non avrebbe potuto imporre a tutta l’Europa il suo delitto. Tremendo delitto. Ne è una prova la Bulgaria dove - come testimonia in un suo non dimenticato libro Gabriele Nissim - il presidente del Parlamento locale Dimitar Peshev, uomo di destra in un Paese occupato da tedeschi nazisti e da italiani fascisti, si è rifiutato, insieme alla sua assemblea, di approvare le «leggi per la difesa della razza» scrupolosamente copiate dal modello italiano. I persecutori tedeschi e italiani non hanno potuto toccare un solo cittadino ebreo bulgaro.

«Il Giorno della memoria», vorrei ricordare a chi ne ha discusso su questo giornale ieri, esiste non per dare luogo a una cerimonia, ma per ricordare che gli ebrei italiani e gli ebrei stranieri che avevano creduto di trovare rifugio in una Italia buona, sono stati cercati, isolati, catturati e messi a disposizione dei carnefici tedeschi da fascisti italiani. E tutto ciò è avvenuto nel silenzio di altri italiani che a quel tempo avevano un’autorità e un ruolo. I perseguitati, in Italia, sono stati aiutati e salvati, quando possibile, quasi solo da persone e famiglie che hanno rischiato in segreto la vita, dunque da persone verso cui l’Italia ha un debito immenso (l’Italia, non gli ebrei che non avrebbero dovuto essere vittime), un debito che non è mai stato riconosciuto o celebrato. È anche per questo - ricordare e onorare l’italiano ignoto che non ha ceduto, che non ha ubbidito, che non ha combattuto la sporca guerra della razza, che esiste il «Giorno della Memoria».

Ma esiste anche per ricordare che il Parlamento fascista italiano ha approvato all’unanimità, al grido di «viva il Duce» alla presenza di Mussolini, le leggi dette «per la difesa della razza», articolo per articolo, fra discorsi deliranti, il cui testo si può ancora trovare negli archivi di Montecitorio, e frenetici applausi.

«Il Giorno della memoria» esiste per rispondere a chi osi pronunciare la inaccettabile frase sull’«onore dei combattenti di Salò», per esempio l’attuale ministro Italiano della Difesa La Russa. I combattenti di Salò sono stati coloro che hanno cercato, arrestato, ammassato nelle carceri italiane e poi consegnato alle guardie e ai treni nazisti quasi tutti gli ebrei italiani che nei campi di sterminio sono scomparsi. Sono stati quegli onorati combattenti di Salò a consegnare Primo Levi ai nazisti per il trasporto ad Auschwitz. Negli Stati Uniti, nessuno, per quanto di destra, si sognerebbe di difendere la schiavitù come una onorevole pagina della storia americana. E in nessun paese d’Europa si è mai assistito a una celebrazione di governo verso coloro che hanno collaborato con i nazisti e fascisti che occupavano i loro Paesi.

Le parole del sindaco di Roma e del ministro della Difesa italiano sono più gravi perché riguardano l’immenso delitto della Shoah di cui l’Italia fascista è stata co-autrice e co-protagonista. E’ vero che l’Italia fascista, con il suo codice di violenza, il suo impossessamento crudele delle colonie (di cui Gheddafi, oggi ha chiesto e ottenuto il conto) e la sua relativa modernizzazione dell’Italia ha avuto in quegli anni un suo prestigio e un suo peso in Europa. Ma proprio per questo il delitto razziale italiano si è esteso al peggio di tutta la sanguinosa Europa fascistizzata, e la responsabilità del regime italiano in quegli anni e in quel delitto è stata immensa.

Molti avranno notato che il Presidente della Repubblica, l’8 settembre a Roma, ha parlato da solo a nome dell’Italia libera (libera dal fascismo e dalla persecuzione razziale) nata dalla Resistenza e ha indicato il solo vero valore condiviso: la Costituzione.

È un giorno di tristezza e vergogna per coloro che c’erano, in Italia, quando gli ispettori della razza entravano nelle scuole, quando le brigate nere provvedevano a trovare e consegnare ai tedeschi gli italiani ebrei. Ed è bene ricordare al ministro della Difesa di questa Repubblica, nata dalla Resistenza che gli è estranea, che nella sua Repubblica di Salò i delatori venivano compensati (dai fascisti, non dai tedeschi) con lire cinquemila per ogni ebreo catturato e mandato a morire.

È un giorno di gratitudine verso Giorgio Napolitano che ha detto agli spettatori di sequenze televisive che saranno sembrate un film brutto come un incubo, che è la Resistenza, non Salò, il fondamento dell’Italia democratica, che è la Costituzione antifascista il nostro codice condiviso.

Il resto, aggiungo in nome della memoria che ho cercato di mantenere viva nella legge che porta quel nome, è spazzatura della storia.

furiocolombo@unita.it
September 02

Uno che si conosce bene

Non so che cos'ho!
Non sono malato, e bene non sto,
mi hanno colpito, e ferite non ho;
non so che cos'ho!
Mangerei, anche, ma niente mi piace;
ho un soldo in tasca, e che me ne faccio?
ho un soldo in tasca, e che me ne faccio?
Non so che cos'ho!
Non ho più tabacco nel borsellino
e in tasca non ho il becco di un quattrino,
il becco di un quattrino,
non ho più tabacco nel borsellino
e in tasca non ho il becco di un quattrino,
non ho il becco di un quattrino!
Non so che cos'ho, che cos'ho!
Mi piacerebbe, certo, prender moglie,
ma di udir strillar bimbi non ho voglia!
Non so che cos'ho!
Oggi a un dottore ho chiesto chiarimenti,
e lui mi ha detto, senza complimenti:
<<So bene che cos'hai, ne ho il quadro esatto:
semplicemente, caro, tu sei matto!>>.
<<Ora so che cos'ho,
ora so che cos'ho!>>
<<Semplicemente, caro, tu sei matto!>>
 
<<Ora so che cos'ho,
ora so che cos'ho!>>
 
 
August 30

Barack Obama

Non so come spiegarlo ma Obama mi è stato antipatico sin dall'inizio, mi è tutt'ora antipatico, ma sto leggendo i suoi discorsi e mi sta appassionando. Forse questo è il momento storico per un vero cambiamento e sappiamo tutti che se a cambiare sono gli USA presto cambierà anche l'Italia. Speriamo.

 

La frontiera di Barack

Furio Colombo

 
Guardo, ascolto il discorso di Barack Obama che viene da un altro mondo nella notte del 28 agosto e mi rendo conto della distanza, come se ci fosse una profonda sfasatura nel tempo e nella Storia. Guardo e ascolto dal fondo di un fosso in cui sono stretto, spalla a spalla, fra Bossi e Borghezio, fra Marcegaglia e Berlusconi, fra Gelmini e Alfano, fra La Russa e Giovanardi. Guardo e ascolto un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che parla fra gli applausi che non finiscono mai e dice frasi come queste: «Che cos'è il progresso? Certo non il numero di milionari, certo non la colpa di essere poveri, certo non la pena di non avere una assicurazione che paghi le spese mediche, certo non coloro che dormono per la strada, certo non i disoccupati che hanno perso il lavoro e la casa, certo non l’America che affonda mentre noi la guardiamo. Questa è l’America di Bush, l’America in cui vi dicono che se fate discorsi come questi siete lamentosi. Andate a dirlo ai cittadini di New Orleans abbandonata all’inondazione. Andate a dirlo alle famiglie dei soldati in Iraq. La prossima settimana il partito Repubblicano farà la sua “convention” e vi chiederà una proroga di altri quattro anni. Dite no, dite basta!».

Questo, voglio spiegare ai lettori, non è l’elogio di un’America che non esiste. È la descrizione di una notte in cui un uomo politico giovane, con il vantaggio immenso di essere uno straordinario predicatore e l’handicap finora imperdonabile di essere nero, racconta di un Paese che non c’è ancora, ma potrebbe, all’improvviso arrivare nel mezzo di un mondo rovinato da rancore, esosità, furore di potere e violenza. Pensate, se non altro, alla stranezza di questo giovane uomo politico che con coraggio si è messo di fronte alla barriera finora mai superata della razza. E invece che con la razza si identifica con speranza e dolore, con attesa e paura, con solitudine e caos e quando dice «fratelli» intende dire «cittadini» (e intende tutti, dalle famiglie alle coppie gay, e lo dice chiaro), pensate a questo candidato politico americano dell’anno 2008 che dice: «Questa è la notte di mia madre, è un impegno preso con lei che, dal suo letto di malata di cancro, lottava per il suo diritto con la compagnia di assicurazione. Questi sono i miei eroi, mio nonno, che aveva combattuto da volontario nella Seconda guerra mondiale ma poi aveva studiato perché c'era una legge che pagava gli studi ai soldati che tornavano dalla guerra, non li lasciava, come adesso, nell’abbandono. Mio nonno, che aveva molta immaginazione, mi raccontava di un Paese che non c’era. Io volevo chiamarmi Obama Smith oppure John Obama. Ma chiamarmi Barack Obama, pensavo, farà la mia fine. No, non se sei bravo, non se studi, continuavano a dirmi i miei eroi. Sono qui, sono bravo? No, se non mi avessero iscritto alle scuole migliori e non avessero mollato mai».

Il ritmo da gospel del giovane Obama (vi siete accorti che insisto sul «giovane» non tanto per l’età anagrafica o per l’immagine da studente, ma per la radicale novità che questo candidato americano porta nella politica del mondo) continua, incalza e trascina gli applausi che raramente si spengono per pochi secondi e sono una risposta viva come la sua voce. In quel ritmo di gospel si rintracciano citazioni, non saprei dire quanto istintive o calcolate: «the load is heavy» il peso è grande, citazione dai «country» da Johnny Cash; per descrivere la tremenda eredità lasciata da Bush, un paese impoverito e incerto, fra due guerre che non finiscono. «This is for You, John McCain», citazione da «Sacco e Vanzetti», di Joan Baez, per dire al rivale repubblicano che in lui ammira l’eroe e il soldato, ma «he does not get it», non capisce proprio che cosa voglia dire tenere il lavoro, salvare la casa, avere una assicurazione per la salute, per i bambini e gli anziani della famiglia. Però ecco la prima grande rivelazione. Obama parla di famiglia, si rivolge a ciascun americano e intende davvero tu, tua moglie o tuo marito e il tuo compagno e i tuoi piccoli e i tuoi genitori. Ma vede subito la frontiera del familismo gretto, egoista, chiuso: prima noi, per gli altri si vedrà. Il suo gospel lo aiuta a mettere «gli altri fratelli della stessa famiglia che è tutto un Paese» nella stessa frase. Ripete questa idea che sconvolge la politica tradizionale quando è programma di candidato e non esortazione morale. La sconvolge in due modi diversi. La prima: «Non è vero che non sei il custode di tuo fratello. Lo sei. E lo sei dei più giovani e dei più vecchi, nel tuo gruppo e in un altro gruppo perché o ci salviamo tutti o non si salva nessuno». La seconda: «La promessa americana, che è venuto il tempo di mantenere, è fondata sul dare e avere, su uno scambio continuo fra noi e gli altri, fra i cittadini e lo Stato, fra la comunità che diventa migliore, più moderna, più forte, e i più deboli, quelli rimasti fuori e non ancora entrati».

Si capisce che il candidato, che alla fine abbraccerà a lungo la sua Michelle (avvocato come lui, ex povera come lui e come il candidato vicepresidente Joseph Biden) vuole far capire bene che quando dice «famiglia» non intende farsi i propri interessi e chiudere fuori gli altri. Intende un mondo che si capisce e si parla e sa di vivere insieme e sa che l’immagine repubblicana del possesso esclusivo di ricchezza che prima o poi farà colare qualche goccia di beneficio sugli altri (la «trickle-down economy» raccomandata per primo da Ronald Reagan contro l’America sociale di Roosevelt) porta solo alla penuria e allo spreco. Al troppo e al troppo poco. E che tra privilegio e abbandono, tra solitudine in basso e capriccioso dominio dell’alto non si forma una società nuova, un Paese moderno, una cosa che si chiama progresso. C’è un’altra citazione, non so quanto voluta, ma scandita tra le ondate travolgenti del gospel di Obama. È questa: «The Preacher says...» la trovate in «Mercy» di Bob Dylan. Ma qui stabilisce una identificazione subliminale e istantanea di ogni americano nero con Martin Luther King. È lui «il predicatore». E allora ti accade di accorgerti che i segni sparsi nel grande sermone di Barack Obama al suo popolo (tutto il suo popolo, bianchi e neri, adulti e bambini, uomini e donne, ricchi e poveri) è colmo di segnali come una mappa del tesoro nelle storie d’avventura. Il fascino incredibile di questo leader politico (guardavo il suo discorso alla Fox Television, la più schierata a destra nel paesaggio americano, e ho avuto l’impressione che anche i suoi commentatori siano stati per un momento travolti dal «predicatore» Obama) è in una estrema semplicità che però guida verso territori non frequentati dalla politica. Barack Obama sembra muoversi con forza e passione contro tre avversari che non sono John McCain (da cui mette in guardia solo perché ti riporta al passato). Quei tre avversari sono la solitudine, che blocca tanti americani nella diffidenza e nell’affannosa ricerca di difesa; la paura, in un mondo in cui i pericoli vengono spiegati male e tardi, e in tanti hanno la sensazione che solo pochi saranno al sicuro. È la povertà, il male che torna e ritorna nel gospel di Obama, perché è il più crudele ma anche il più inaccettabile, nella parte ricca del mondo. E anche il più stupido, perché è una povertà fabbricata governando male, distruggendo l’ambiente, sprecando risorse.

Ci sono, come in una saga cavalleresca, tre grandi alleati insieme a cui battersi: il tuo vicino, in modo che ciascuno ricordi sempre che c’è un mondo altrettanto in cerca di salvezza, oltre la siepe della famiglia; i più deboli perché, dice e ricorda e ripete Obama, nessuna società vince scaricando i più deboli e ogni grande ritorno alla civiltà ricomincia dal basso; i più bravi perché, dice Obama, dobbiamo essere tutti più bravi. Predica inseguito dalla frenesia degli applausi. E qui c’è forse il punto chiave del discorso e della campagna elettorale di Barack Obama, candidato di punta benché non sia bianco, benché non si chiami Obama Smith.

La parola è «scuola». Sentite questa frase che, comunque vada, non andrà perduta nei ricordi di una campagna elettorale: «Vi prometto un’armata di insegnanti con stipendi e scuole migliori. È qui che si costruisce il futuro di un grande Paese, non nell’outsourcing (tagliare posti di lavoro dentro un’impresa per far fare lo stesso lavoro fuori), non dalla “delocalizzazione” (esportare in Paesi poveri i posti di lavoro)».

Non dite mai «buonismo» se parlate di Barack Obama. A parte l’onore delle armi, il suo giudizio su John McCain è stato aspro e chiaro: «Non capisce la sofferenza di questo Paese. Non la capisce perché gli manca ogni contatto, conoscenza o esperienza». Ciò che pensa e che dice di Bush è rappresentato, oltre che da una accurata e spietata descrizione del disastro, da quel «dite basta!» a cui ha fatto eco il grido e l’applauso più lungo e più pieno di 85mila persone nello stadio di Denver. Ma la parte del discorso che appare come un manifesto politico, comincia quando Obama decide di affrontare la parola «cambiamento» che è stato il marchio di fabbrica di tutta la sua campagna.

«Cambiamento vuol dire che la crescita di un Paese si misura sulla dignità del lavoro. Vuol dire tagliare le tasse al novanta per cento degli americani, dunque i più poveri tra coloro che lavorano, fino a tutta la classe media invece che ai più ricchi. Vuol dire ridurre il peso fiscale alla migliore tecnologia, vuol dire raggiungere in 10 anni l’indipendenza dal petrolio. Sono 30 anni che «loro» si danno da fare a importare e consumare petrolio. Vuol dire garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute. Vuol dire premiare il lavoro volontario dei giovani per i disabili, i bambini, gli anziani, pagando loro le tasse universitarie. Vuol dire uguale paga per uguale lavoro. Cambiamento vuol dire un Paese in cui si incrociano il mutuo sostegno e la responsabilità personale. Cambiamento vuol dire affrontare i pericoli del mondo senza guerre sbagliate come in Iraq. Come comandante in capo vi prometto che non invierò mai soldati americani a combattere senza una missione precisa e senza la protezione adeguata.

Noi - i democratici - siamo il partito di Roosewelt e Kennedy. Dobbiamo ricordarlo nei giorni del disastro tra Russia e Georgia e dobbiamo dire a McCain che sono tempi troppo difficili per buttarci addosso l’un l’altro l’accusa di non essere abbastanza patriottici».

Poi viene, verso la fine, la netta e coraggiosa inclusione nella grande famiglia americana dei «nostri fratelli gays e delle nostre sorelle lesbiche», in modo che niente restasse implicito o non detto. E il diritto degli immigrati a riunire le loro famiglie chiamando i congiunti dai Paesi d’origine. Perché esaltare l’unione delle nostre famiglie e dividere per sempre le famiglie degli immigrati? E in conclusione una definizione della campagna elettorale vista da destra: «Poiché non hanno grandi idee fanno grandi campagne elettorali su piccole cose, e come unica trovata tagliano ancora una volta le tasse ai più ricchi. Tenete bene in mente che il cambiamento non viene da Washington. Il cambiamento va a Washington. Il cambiamento siete voi. Noi non possiamo tornare indietro. Noi non possiamo camminare da soli. Non con tutti quei bambini. Non con tutta quella gente che lavora o che cerca di lavorare. Noi possiamo continuare soltanto insieme».

Più che mai le ultime parole sono scandite dal ritmo del gospel, una sorta di abbandono e di grande preghiera laica. Le telecamere cambiano inquadratura e sempre mostrano volti di persone che piangono. Stranamente piangono più bianchi che neri, più giovani che anziani, i ragazzi come le ragazze. Obama stringe la moglie e le bambine e guarda la sua folla senza sorridere. La musica è jazz. Niente inni.

Ciò che tutti devono sapere

I Mastella's

     

 

di Marco Travaglio - 29 agosto 2008


Un caso umano si aggira per le cronache politiche. Il suo nome è Clemente Mastella. Lo statista ceppalonico, in astinenza da poltrone da quando in gennaio rovesciò il governo Prodi abboccando alle lusinghe del Cainano (che poi non candidò neppure lui e la sua signora), ha lanciato dal suo blog uno straziante appello: “Chi crede nel Centro si faccia avanti”.

Nemmeno un commento. Allora s’è trasferito in Abruzzo, proponendo un “patto” al Pd per una candidatura innovativa (la sua), come se il Pd abruzzese non avesse abbastanza noie giudiziarie. Infatti, nessuna risposta. “La campagna elettorale dell’Udeur inizia da Ovindoli”, ha annunciato indomito in un comizio dinanzi a se stesso. Anche la sua signora, Sandrina Lonardo, indagata a Napoli per tentata concussione e dunque regolarmente al suo posto di presidente del consiglio regionale della Campania, miete successi a piene mani. La Cassazione ha appena respinto il suo ricorso contro l’ordinanza del Gip di Napoli, che le aveva trasformato gli arresti domiciliari (disposti al Gip di S.M.Capua Vetere) in obbligo di dimora, poi revocato. La signora chiedeva di dichiarare quel provvedimento infondato, per farsi risarcire dallo Stato i danni per l’ingiusta detenzione. Purtroppo la Corte ha stabilito che la detenzione era giusta e “tutte infondate” erano le sue lagnanze, condannandola a pagare le spese processuali: avevano ragione i pm e i giudici di Santa Maria, vilipesi da Mastella & C. come “macchiette politicizzate” e complottarde. Purtroppo, a parte qualche cittadino armato di microscopio elettronico, nessuno ha saputo della sentenza, relegata in alcuni trafiletti comparsi su un paio di quotidiani (dai principali tg, invece, silenzio di tomba). La sentenza -integrale sul blog www.voglioscendere.it- illustra il sistema clientelare illegale messo in piedi dai Mastella’s. E fa a pezzi le scombiccherate teorie con cui fior di politici e commentatori assolsero l’allora ministro della Giustizia e i suoi cari nella standing ovation in Parlamento e in decine di editoriali. La tesi è nota: raccomandare e lottizzare non è reato perché “così fan tutti” e se i magistrati se ne occupano “invadono il campo” della politica. Secondo la Cassazione invece “sussistono i gravi indizi di colpevolezza richiesti dall’ art.273 Cpp sull’ipotizzato reato di tentata concussione”. Lady Mastella è “accusata di avere, nella sua qualità di presidente del Consiglio regionale della Campania, in concorso con il marito Clemente Mastella” e di altri esponenti Udeur, “tentato di costringere Luigi Annunziata, direttore generale dell’azienda ospedaliera S.Sebastiano di Caserta, nominato nel 2005 su indicazione dell’Udeur, a sottostare alle indicazioni del partito”. Ma Annunziata rifiuta e nomina gente brava, anziché di partito. Apriti cielo. “Quello è un uomo morto”, strilla la signora al telefono col consuocero. E tenta di “defenestrarlo”, “anche con una campagna di stampa”. Nell’aprile 2007 promuove un’interpellanza Udeur “con cui si chiedono spiegazioni al governo regionale circa il possesso dei requisiti dell’Annunziata per la nomina a dg”. Poi però l’interpellanza viene congelata: “la Lonardo e gli altri coindagati fanno giungere all’Annunziata un messaggio di possibile riconciliazione, facendogli intendere che l’interpellanza può essere ritirata qualora nomini De Falco e Viscusi, ‘graditi’ alla Lonardo, primari di neurochirurgia e cardiologia del S.Sebastiano. Annunziata non accetta l’imposizione. In risposta, la Lonardo ripropone l’interpellanza”. E incontra l’assessore alla Sanità per far cacciare Annunziata. “Nella ricostruzione appaiono tutti gli elementi costitutivi del reato di concussione. L’abuso consiste nella strumentalizzazione da parte dell’ indagata dei suoi poteri di presidente del Consiglio regionale: in tale veste ha esercitato in maniera distorta le attribuzioni del suo ufficio, piegandone finalità e obiettivi per interessi particolari, estranei all’interesse pubblico, violando i principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione pubblica posti dall’art. 97 della Costituzione”, il tutto per “rafforzare la presenza del partito nelle istituzioni pubbliche, perpetuando una politica di occupazione e spartizione clientelare nei posti di responsabilità nelle pubbliche amministrazioni, secondo criteri di appartenenza politica e non di competenza tecnica”. Ecco perché è stata arrestata e dovrebbe risarcire lo Stato, anzichè batter cassa dallo Stato. Ed ecco perché si vuole riformare la Giustizia e la Costituzione.

August 26

Il nostro posto di Concita De Gregorio


Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.

Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.

Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.

Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.
August 17

Cinque minuti prima di uscire!!!

Ci sono interventi che nascono così, senza un filo logico, un po’ come questo, che non è studiato, non è meditato.

Ho voglia di scrivere qualcosa in cinque minuti prima di uscire (lo sto dicendo da un'ora).

 

Si dice che quando la volpe non arriva all'uva dice che è acerba.

 

Potrebbe sembrare questo il mio atteggiamento se qualcuno mi sentisse e provasse a giudicarmi.

 

Invece è proprio quello che sento, sono stato rinchiuso in gabbia per così tanto tempo, sono stato un po’ come Zì Dima Licasi che si era messo nella giara che aggiustava e ne era rimasto inesorabilmente intrappolato quando il suo mastice aveva fatto effetto.

 

In questi anni di prigionia tanti "avvocati" avevano proposto di rompere la "mia giara", ma allo stesso tempo io ero diventato don Lollò e non volevo perdere la mia prigione dorata.

 

E qualche tempo fa, dopo aver speso tutte le mie cinque lire a festeggiare con gli amici, il me don Lollò ha fatto rotolare la giara che si è schiantata contro un ulivo e ha liberato l'altro me Zì Dima.

 

Sì, per me l'uva non è acerba. In vero non ne ho più voglia!

August 02

Fratelli d'Italia

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di
Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la
Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai
Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è
Legnano,
Ogn'uom di
Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman
Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I
Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'
Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò

 

Fratelli d’Italia o grande fratello

Sergio Zavoli


 

All’ennesima bagarre sull’inno di Mameli, risuonata anche in Parlamento con le stonature in cui continua a cadere chi si ostina a dileggiare musica e versi in verità non esaltanti, ma pur sempre del nostro canto nazionale, Giorgio Napolitano è sceso risolutamente in campo contro le ingiurie rivolte ai simboli della Repubblica.

Al pari di Carlo Azeglio Ciampi, attento difensore della laica sacralità dell’inno e del tricolore e di Oscar Luigi Scalfaro, severo paladino della Carta costituzionale, Napolitano esprime una pedagogia civile in cui la riscoperta dell’italianità si lega all’idea di un patria indivisa, socialmente, civilmente e culturalmente solidale.

Osservare l’invito del Partito democratico ad aprire e chiudere la Festa dell’Unità al canto dell’inno nazionale, e ricondurre l’attenzione degli italiani al significato delle parole «Fratelli d’Italia» - come ha fatto una documentatissima pagina dell’Unità, a firma di Vittorio Emiliani - non significa soltanto rendere onore al poeta che morì a ventitré anni per le ferite riportate combattendo sul Gianicolo in difesa della Repubblica romana, ma rinnovare la scelta di un simbolo che esprime tutto il Paese. All’essenzialità del già detto, vorrei aggiungere qualche rigo proprio sulle parole di quel canto controverso e addirittura schernito.

Mameli pensava di dare all’Italia una Marsigliese, cioè un canto di battaglia, ma due storie così distanti erano destinate ad avere accenti diversi; nel nostro, per dirne una, non ricorre nessun incitamento a far scorrere “un sangue impuro”, come nell’inno francese. È vero, nelle prime strofe incontriamo l’elmo di Scipio, poi la Vittoria che «porge la chioma» perché le sia tagliata in segno di soggezione. Un di più di archeologia storica, per il gusto d’oggi, e non fa meraviglia che ci sia stata, e perduri, qualche riluttanza a cantare un testo bisognoso di appropriate spiegazioni: che Scipio, per esempio, cioè Scipione, ricorda la gloria guerriera di Roma antica, e così la “coorte”, famosa unità militare di quel tempo. Solitamente, non si va oltre la prima strofa, sacrificando così il dolente e pur vigoroso «noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi / Raccolgaci un’unica / bandiera, una speme!». E ancora, a sostegno di quella speranza, «Uniamoci, uniamoci / l’unione e l’amore insegnano ai popoli / le vie del Signore ...». Certo, sono versi ridondanti, ispirati da una retorica ottocentesca, ma è l’animo del Risorgimento, candido, generoso e fraterno, che invoca la libertà per tutti i popoli. E che oggi è al centro di una ingenua proposta: quella di ritrovarne l’innocenza perduta trasformando in qualcosa di meno astruso e magniloquente il testo di Goffredo Mameli. Il quale, per giunta, non ne sarebbe l’autore: un vero e proprio plagio consumato ai danni, nientemeno, di un religioso, il padre scolopio Atanasio Canata! Da qui l’idea di cambiare almeno le parole, per renderle più laiche, chiare e avvincenti; tali, comunque, da poterle mandare a memoria, e cantarle evitando i cori, per dir così, a bocca chiusa, non saprei dire se più imbarazzanti e talvolta persino indecenti.

Va da sé che associo l’inno al giovane poeta morto sul Gianicolo, dove è sepolto, combattendo con Garibaldi. Capisco che sia arduo immedesimarsi in parole come «schiava di Roma» - penso all’orrore dei leghisti - ma so anche, e lo si dovrebbe far sapere a scuola, che «Fratelli d’Italia» fu cantato in tutte le insurrezioni del Quarantotto: a Napoli, a Palermo, nelle Cinque Giornate di Milano e quando, a Venezia, Daniele Manin proclamò la Repubblica. Era l’inno dei volontari che andavano a combattere, talché un grande storico della Rivoluzione francese, Jules Michelet, lo chiamò «la Marsigliese degli italiani». Nessuno, suppongo, neanche l’innovatore Sarkozy, si sognerebbe di rendere l’inno dei francesi “politicamente corretto” eliminando l'imbarazzante incitamento, traduco alla meglio, a «formare i battaglioni e marciare perché un sangue impuro abbeveri i nostri solchi!». Parole francamente più truci, e incongrue, del richiamo all’«elmo di Scipio» - cioè di Scipione, il vincitore di Cartagine - definito da un insigne storico militare inglese, Liddell Hart, «più grande di Napoleone», ammirato anche per la sua umanità verso gli sconfitti. Ma un dilemma, e non da poco, rimane: cambiare le parole nel senso di un restyling che intervenga qua e là oppure sostituire radicalmente il testo con un altro da scegliere attraverso un referendum? E a chi affidarne il compito? Al più insigne dei poeti viventi? A un concorso pubblico? Al giudizio di persone variamente rappresentative del patrimonio artistico e culturale, storico e civile del Paese? E chi, in definitiva, si farebbe garante dello “spirito d’italianità” del nuovo testo? Qualche esempio: gli ex presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale? O un solenne, accademico sinedrio arbitrale? Vengono le vertigini solo a parlarne. Certo, l’alternativa è a portata di mano: tenerci l’inno com’è, chiedendo allo Stato, alla politica e alla società civile di guardarsi, semplicemente, allo specchio: siamo sicuri che l’inno di Mameli avrebbe la precedenza su tutto ciò che ci fa sfigurare, in patria e all’estero? E anche accettando che l’autore delle parole sia, come qualcuno ha azzardato, il padre Canata - docente del convento di Carcare nell’entroterra savonese dove il giovane Goffredo si era rifugiato per sottrarsi alla polizia - potremmo mai chiamare il canto nazionale l’«Inno di Canata», cioè di un religioso ancorché imbevuto di spirito patriottico? Forse, per rimettere in onore la nostra immagine, sarebbe più ragionevole affidare alle grandi agenzie del significato - scuola e mass-media in testa a tutte - il suono ancora negletto e timoroso di una parola sola: patria. Tra non molto, di questo passo, ai ragazzi si racconterà che patria era un modo di dire, e non saranno gli inni, neppure quello nazionale, a rinverdirne il senso. L’Italia, d’altronde, è sempre pronta a mettersi in testa qualcosa: se l’è cinta con l’elmo di Scipio, i cappelli di paglia di Firenze, il fez, il casco coloniale, il basco di traverso, la bandana, nei giorni più bui il passamontagna, e sempre avendo l’aria di chiedersi con Mameli, o il Canata, «dov’è la vittoria». Un interrogativo contraddittorio dal momento che l’Italia, finalmente, «s’è desta»! E sia la benvenuta, purché «il vuoto di pria» non venga colmato ricorrendo a un esorcismo in cui confondere idealità e marketing, virtù vere e riciclate, empiti profondi e scoop mediatici, intellighenzia e grandi numeri, Fratelli d’Italia e il Grande Fratello, cioè il nostro vecchio, trabocchevole genio domestico: un’italianità d’accatto, a buon mercato, un tanto al mese, senza impegno. Privi, dal ‘45, di epos popolare, mi augurerei una patria che fosse l’emblema - ma basterebbe il segno - di un’Italia in grado di stimarsi. Idealmente, socialmente e moralmente capace di vivere la cittadinanza in uno spirito di serietà civica, fatta anche di regole e disciplina, condivisione e responsabilità, non solo di euforie e di egoismi. E poiché le parole contano per quello che hanno dentro, e comunicano, anche la più timida e desueta - patria - liberata da ogni ingannevole orpello, lungi dal volerla usare per infiammare storie già tragicamente conosciute, può aiutarci a vivere la cittadinanza al di fuori, e soprattutto al di sopra, delle apatie ideali e delle pigrizie civili. Ma «l’immagine sposta il piano dell’identità e della comunicazione dal livello logico-razionale a quello visivo-emotivo», scrive Aldo Grasso riferendosi alla Tv. Che sia la sola patria rimastaci?

A giudicare anche da come non di rado vi si strapazza il suo inno parrebbe, francamente, di sì.
 

July 02

Luigi Di Costanzo

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Chi è Luigi Di Costanzo?
June 26

"Amo i Perdenti"

 
"Si è perdenti rispetto a un’immagine vincente che è quella sostenuta dalla società.
Spesso alla base dell’essere perdenti c’è l’innocenza.
Non per questo voglio idealizzare i perdenti, ma certo essi sono poeticamente più interessanti dei vincenti.
I vincenti mi danno sempre un po’ sui nervi: penso a certi capi di stato e di governo..."
 
Hans Magnus Enzensberger
June 23

1995-1999: La storia dei miei colombi

Nel giugno del 1995 mi furono regalati da mio zio Michele, zio da parte di madre, la prima coppia di colombi, il maschio era bigio barrato e la femmina era bianco macchiata di nero. Presto i due colombi mi diedero i primi pulli, la prima fu Calimero, piccola e nera, con le dita un po’ storte. Il secondo fu Fidel, bello, grosso, bigio barrato e picchiettato con una piuma bianca. Non erano viaggiatori originali. Appartenevano ad una razza selezionata da oltre 60 anni da mio zio e chissà da quanti altre centinaia di anni dalla famiglia di mia madre, per il ritorno a breve distanze, per il sapore della loro carne, per l’accrescimento, lo sviluppo, la capacità riproduttiva e di alimentare i piccoli, colombi rustici ma belli.

Mi innamorai subito del loro odore. Perché i colombi hanno un odore caratteristico che può piacere o no. Da allora non me ne sono più privato. A quel tempo leggevo tutto ciò che era di sinistra, ero appassionato della storia del più grande Partito Comunista del mondo, il PCI, ed ogni mio colombo aveva il nome di un leader comunista.

Qualche mese più tardi seppi da mio cugino, da parte di padre, che stesse smettendo la sua colombaia, quindi gli chiesi di regalarmi un paio di femmine.

Mi portò due colombine una nera come i corvi, ottimo stile, begli occhi, caruncola nasale ben sviluppata ma non esagerata, sebbene ero agli inizi ebbi bene in mente che quello ero lo stile giusto, quel portamento, quelle ali portate ben attaccate e la coda alta, l’altra femmina era una copia esatta ma bigio barrata chiarissima.

La nera fu subito accoppiata a Fidel, la bigio scappò e non ritornò più.

Mio cugino mi raccontò, tempo dopo, che le colombe le aveva prese da un colombofilo che gliele aveva vendute come colombi di Walter Ferrari, insieme anche ad alcuni maschi.

Da Fidel ebbi tre covate: la prima due maschi, uno bianco e nero, cominciai allora ad interessarmi di genetica, aveva due strisce ai lati della testa e così quel colombo si chiamò Del Piero per le basette allora portate dal giocatore; l’altro nero corvino ma con una macchia bianca sopra la coda, lui si chiamò Togliatti. Misteriosamente i colombi riportavano un carattere non presente nella generazione precedente: le zampe piumate.  La seconda covata ebbe vita breve, regalai i giovani ad un mio cugino, che li fece morire mangiati dalle galline, perché li mise nel pollaio convinto che gli animali potessero convivere. La terza covata ebbi Gramsci, nero corvino, bellissimo.

Con i primi novelli cominciai l’addestramento; misteriosamente ritornavano tutti, anche da lunghe distanze, nonostante mio cugino, il colombofilo, che intanto aveva ripreso ad allevare, mi dicesse di abbandonare quella strada.

Accoppiai Calimero con il padre ed ebbi una nuova sorpresa, ebbi un colombino con la conchiglia dietro la testa, era trigano, si chiamò Berlinguer. Berlinguer era troppo pesante per volare, ma nonostante tutto girava intorno alla colombaia; una mattina, giornata di vento forte, volò e andò a sbattere contro un’antenna, cadde di peso, non ritornò per quella sera e per altre. Convinto di averlo perso lo vidi ritornare una mattina; non potete immaginare quale gioia, purtroppo nonostante avessi provato ad avere una sua progenie non ci riuscii mai, fino alla morte che sopraggiunse nel 1999, ma questa è una lunga storia, molto dolorosa che colpì gran parte della mia colombaia.

Del Piero lo accoppiai ad una colombina bianca, che intanto avevo immesso in colombaia, da quell’accoppiamento ebbi due pulli nel 1999, entrambi bianchi, uno lo persi tempo dopo, l’altro vive ancora in colombaia e si riproduce abbastanza bene,  è uno dei capostipiti della mia linea di bianchi.

Accoppiai di nuovo Del Piero con una colombina nero farfalla, ebbi una figlia anch’essa nero farfalla con una macchia bianca sopra la coda e con le zampe piumate, essa vive ancora e dalla sua linea sto selezionando i miei colombi con la conchiglia: essa mi ha dato, con un colombo munaro farfalla, che mi regalò zio Mario, da parte di madre (la sua linea aveva gli stessi capostipiti di Zio Michele, perché come ho scritto la razza è abbastanza antica), il mio attuale Berlinguer, bianco con tratti munari. Adesso è incrociata con un suo nipote munaro a tinta unita. Del Piero incrociato con un’altra bianca mi ha dato una colombina dal piumaggio quasi simile al suo, da questa ho avuto, accoppiata ad un Walter Ferrari, regalatomi da mio cugino insieme alla sorella entrambi trigano, un trigano farfalla ancora vivo, capostipite dei bianchi. Alla fine Del Piero lo persi una mattina di sabato, venne mio cugino, sempre il colombofilo, mi chiese di prestargli i colombi più chiari, volle prendersi anche lui, che secondo me non era in forma, scusandosi che la distanza era molto breve, da quella mattina non vidi più il mio bellissimo colombo, rimasi amareggiato per tantissimo tempo ed ancora oggi, quando ci ripenso, ci sto male.

Togliatti lo accoppiai con una colombina bigio che mi regalò il dott. Mazzitelli, mi diede alcuni colombi ottimi volatori come Gulliver, un vero leader, che arrivava sempre prima, ma che non entrava se non vedeva arrivare tutti gli altri suoi compagni, sembra una cosa strana, pazzesca, inverosimile, ma posso assicurarvi che è tutto vero.

Un giorno andai alla colombaia di mio cugino e vidi che con un secchio pieno d’acqua annegava i suoi colombi, quasi trecento, gli chiesi quale fosse il motivo e lui mi disse che si era stufato, allora, dopo una lunga discussione, gli chiesi di poterne salvare qualcuno. Presi quelli che potevo immettere in colombaia senza creare tanto caos e lui volle che prendessi anche una zarzano della linea di un colombofilo fiorentino, che già avevo in colombaia ma essendo fortissimi fondisti preferivo averne altri. Questa colombina aveva un problema, era cieca ad un occhio, secondo mio cugino. Dopo una settimana di immissione in allevamento, li avevo isolati per quarantena, i colombi cominciarono ad avere tutti lo stesso problema, cioè avevano problemi al nervo ottico e non come sosteneva mio cugino che fossero ciechi ad un occhio. Mi informai e mi fu detto che quella malattia era nota come New Castle, ero un ragazzino 17enne non ne capivo nulla e nessuno poteva e sapeva aiutarmi. Eliminai subito i colombi che avevo salvato da mio cugino. Ma ormai il virus si era impadronito della mia colombaia e anche i mie cominciavano ad avere gli stessi sintomi, i piccoli morivano dopo pochi giorni dalla nascita, i giovani stentavano a crescere e i vecchi avevano il torcicollo. Piangevo notte e giorno, finché un giorno mio cugino, si proprio lui, mi portò una fiala di vaccino. Iniettai il vaccino a tutti quelli senza sintomi, contro ogni regola, da legge tutto l’allevamento andava abbattuto. Ma intanto il mio primo colombo era morto, così Calimero, Fidel, Berlinguer, Gulliver e tanti altri. Salvai, portandoli lontano dalla colombaia, i figli di Del Piero e i Walter Ferrari, presi alcune uova, una di un Fiorentino e un’altra di Togliatti, e le feci covare artificialmente, abbeverai i colombi con acqua minerale imbottigliata. Nonostante Togliatti fosse stato vaccinato alcuni giorni dopo manifestò i sintomi e dovetti abbatterlo.

Non ho mai capito per quale motivo mio cugino avesse agito così, perché nonostante sapesse che i suoi colombi fossero malati me li avesse ceduti, e perché dopo mi avesse portato il vaccino.

Dopo quell’evento ci fu un nuovo inizio ed imparai che non dovevo prendere tanti colombi estranei, che i colombi vanno vaccinati e che la cosa più importante non è vincere il campionato, non è avere dei buoni colombi corridori, ma avere i propri colombi, quelli che vedi aprire gli occhi per la prima volta, che cresci a mano, che porti in giro, di cui ti vanti con gli amici, che diverti ad accoppiare come fossero dei veri e propri matrimoni, quei colombi che porti sempre nel cuore!

June 15

Un esempio per tutti: un uomo da imitare!!!

Salento, ucciso consigliere Idv Non si esclude la pista politica

Di Pietro: era un uomo tutto d'un pezzo

 

Giuseppe Basile, consigliere Idv ucciso a coltellate - foto Google - 180*220 - 15-06-08
Giuseppe Basile
 
 
Era quasi certamente atteso sotto casa Giuseppe Basile, consigliere provinciale di Lecce dell'Italia dei valori, ucciso nel cuore della notte a coltellate davanti a casa, a Ugento, dove era consigliere comunale. È quanto ritengono i carabinieri del comando provinciale di Lecce che - diretti dal pm salentino Giovanni De Palma - si stanno occupando delle indagini e che per ora non escludono alcuna ipotesi per il movente dell'omicidio.

Secondo i primi accertamenti, Basile è stato ucciso con varie coltellate, sembra cinque-sei. Il corpo tuttavia presenta ferite che potrebbero anche far pensare che abbia avuto una zuffa con il suo aggressore. Secondo una prima ricostruzione fatta dal col.Filippo Calisti, comandante provinciale dei carabinieri, Basile era tornato in automobile a casa - una villetta in periferia - e aveva parcheggiato la vettura in cortile. Qualcuno però sembra lo abbia chiamato dal cancello: qualcuno che egli conosceva, forse, perchè Basile ha aperto il cancello. Nessun testimone è stato trovato sinora dagli investigatori, ma il sospetto è che ci sia stato un litigio tra l'esponente politico e il suo interlocutore. A quel punto, l'accoltellamento, che sarebbe stato compiuto con un coltello da cucina: l'arma sinora non è stata trovata.

Un vicino di casa ha sentito le grida di aiuto dell'uomo, si è affacciato alla finestra, ha visto una persona in difficoltà e ha chiamato il 118, ma all'arrivo del personale sanitario Basile era già morto.

Il consigliere ucciso aveva 61 anni, era stato imprenditore edile, ma aveva da tempo lasciato il lavoro. Era separato dalla moglie, con la quale non aveva avuto figli. Secondo l'assessore provinciale di Lecce dell'Idv, Carlo Madaro, non aveva problemi di denaro ed era una persona abbastanza irruente, irruenza che egli poneva sia nelle vicende politiche sia in quelle personali e a causa della quale egli «aveva capitalizzato inimicizie».

Per Madaro, ex magistrato, Basile aveva di recente subito un'intimidazione: qualche mese fa gli era stata fatta trovare dinanzi a casa la testa mozzata di un animale. Nonostante il consiglio di denunciare l'accaduto datogli da Madaro, tuttavia Basile non deve essersi rivolto alle forze di polizia: ai carabinieri infatti non risulta che il consigliere provinciale abbia denunciato negli ultimi mesi di aver ricevuto alcuna minaccia.

L'uccisione di Basile ha creato «sgomento» nell'Italia dei valori: per Antonio Di Pietro, presidente di IdV, egli «era un politico tutto d'un pezzo che affrontava e denunciava ogni giorno a muso duro ciò che non andava bene nella gestione della res pubblica».

Di Pietro: nè agguato nè rapina «Rapina finita a male con dieci coltellate? Non credo, così come credo che non sia un agguato, siccome la criminalità organizzata non ha queste modalità di operazione. Tante ragioni ci possono essere». Lo afferma Antonio Di Pietro nella pagina del suo sito (www.antoniodipietro.com) dedicata all'uccisione di Giuseppe Basile. Di Pietro definisce Basile «una persona che ha lavorato per l'Italia dei Valori fin dalla nascita del partito, che ha contribuito a costruirlo nel territorio. Una persona che si faceva sentire tutti i giorni, denunciando sempre illegalità e cercando di portare avanti il proprio lavoro in modo determinato». «Le cause della morte - continua il leader dell'Idv - non le conosciamo, ci affidiamo alla magistratura con la serenità di sempre. Ci rimane l'amarezza, lo sconcerto, per un amico che non c'è più, per i familiari, e soprattutto perchè non ha senso morire cosi. Dobbiamo riflettere tutti insieme sul perchè succedono queste cose». «Basile - conclude Di Pietro - all'interno del suo territorio faceva sentire la sua voce tutti i giorni in difesa dei più deboli contro i più forti, per cui può essere che qualcuno può essersi sentito calpestare i piedi, ma fino a quando non si sanno le ragioni è inutile fantasticare. Poi alla fine le ragioni interessano poco, è una vita che non c'è più.

June 01

Ritornerà!? Speriamo.

Casagiove

 
Il colombo prete non è più ritornato.
 
Qualche tempo fa ho parlato del colombo bianco che per due settimane è stato chiuso nella Parrocchia di Sant'Antonio da Padova di Caserta e che, miracolosamente ritornato in colombaia, aveva iniziato a dire "messa"; ieri ad un lancio di lavoro non ha fatto ritorno.
 
Il colombo era stato affiancato dai figli di tutti i suoi compagni scmparsi il 4 Febbraio 2008 ed anche da suo figlio.
 
Sono tutti ritornati a casa tranne lui.
 
Le ricerche non vengono abbandonate, ma i compagni e la moglie hanno quasi perso le speranze.
 
La storia si ripete!!!
Due anni fa il padre non aveva fatto ritorno da un altro lancio, lo stesso che aveva iniziato lui, ed adesso che insegnava i trucchi del mestiere al proprio figlio primogenito, nemmeno lui ce l'ha fatta.
 
 
Il colombo prete ci mancherà.
Persino il colore bianco latte del suo piumaggio era mutato in bianco perla: qualcuno aveva detto è stato un miracolo di S.Antonio che lo aveva cibato per le due settimane in parrocchia, come per i profeti nel deserto, con locuste e miele selvatico e gli aveva dato una colorazione più sontuosa, mentre forse noi semplici mortali, scettici e condannati ad una vita di miseria intellettuale, diremmo che il piumaggio aveva preso il colore degli affreschi grazie allo sfregamento delle piume nel volo.
 
Cmq sia, se un disegno c'è, anche la sua scomparsa avrà un senso, e se pur anche il senso non ce lo avesse, la colombaia tirerà avanti, poichè altre avventure del genere verranno.
 
 
Ci sarebbero altre migliaia di cose da raccontarvi: un pò della mia vita politica, poche di quella sentimentale, un pò di qualche libro da me ultimamente letto, ma accontentatevi di uno stralcio dell'articolo di Furio Colombo apparso sull'Unità questa mattina.
 

Questi fantasmi

Furio Colombo


In poche settimane l’Italia è peggiorata così rapidamente da indurre a chiederci: se questo è il passo della Repubblica sotto il presente governo, vuol dire che dovremo vivere nella paura? Parlo della paura come attesa, non come stato d’animo.

In brevissimo tempo abbiamo avuto uccisioni (Verona) ferimenti, pestaggi, aggressioni, l’incendio di campi nomadi, la fuga di gente disperata, donne e bambini cacciati e minacciati. Che sia di destra o no, tutto ciò è cominciato ad accadere dopo la clamorosa vittoria della destra. Chi vince può anche decidere di salire di un gradino per avere un orizzonte più largo, una capacità di decisione non legata al sentimento di vendetta e di rivincita. Ma invece di ingresso in un futuro un po’ meno claustrofobico, un po’ meno segnato dalle ossessioni e dai fantasmi di leader e di partiti che - per vincere - hanno giocato tutto sulla paura, si è deciso di continuare e rilanciare la paura come modo di governare. Tiene occupati i cittadini a dare la caccia agli stranieri. A Milano sono già cominciati i rastrellamenti degli immigrati sui tram. Li individuano (dalla pelle?) a uno a uno, poi li allineano sul marciapiede in attesa del cellulare, di fronte agli altri passeggeri che, probabilmente, provano vergogna o disagio.

Purtroppo sono stati di parola. Governano, isolati in Europa, in compagnia dei loro fantasmi, della loro antica ossessione di popoli da far vivere chiusi dentro i sacri confini, con ampolle di acqua fluviale, con giuramenti in costume da film di terza serie, con un protezionismo senza alcuna consapevolezza del mondo, sempre in cerca di qualche carro potente a cui agganciarsi e ubbidire (perché un vassallo cerca sempre un imperatore) e l’inflessibile mantenimento delle posizioni di rendita. In altri secoli erano terre, valli e ponti sorvegliati da torri e guardie armate. Adesso - con lo stesso spirito - è un grosso affare di televisioni private vigilate giorno e notte da fedelissimi deputati e senatori della Repubblica.

Ma fermiamoci per un momento a osservare il mondo di cui siamo parte, sia pure attraverso i vetri appannati e le finestre a feritoia dei nostri media.

Nel mondo è improvvisamente riapparsa la penuria di cibo, un dramma finora estraneo alla economia contemporanea, che sembrava invece essere fondata sull’abbondanza e lo spreco. È vero, c’era il problema della fame in intere aree del mondo che eravamo abituati a citare nobilmente riservandoci, in ogni convegno, di fare grandi interventi il prossimo anno, o in quello dopo.

La penuria diffusa, però, è un’altra cosa. Perché avviene simultaneamente dovunque, determina paurose impennate dei prezzi, provoca vaste macchie di improvvisa povertà anche in aree di ormai lungo e stabilizzato benessere.

La causa è in parte nota (dirottamento di prodotti alimentari dal naturale mercato alle nuove fonti di energia), in parte dovuta al drastico cambiamento del clima nel pianeta, in parte alla tragica decisione adottata simultaneamente nei Paesi “moderni”, di abbandonare l’agricoltura. In parte dall’arrivo - nel mondo del consumo - di nuovi consumatori.

Il mondo è sconvolto dal costo del petrolio, che continua a crescere dopo essere rapidamente decuplicato, e pone di fronte a una ambivalenza senza soluzione: oltre certi limiti non si può pagare.

Ma, qualunque sia il costo, non si può rinunciare. Per questo sale e continuerà a salire l’inflazione.

Il mondo vede due guerre che divampano, e altre che possono esplodere in ogni momento. Vede un contesto di tensione e di violenza internazionale in cui il fuoco passa vicinissimo al petrolio e l’instabilità minaccia in tanti punti diversi un equilibrio mai così precario.

Il mondo conosce tempeste finanziarie globali sottratte ad ogni controllo democratico, capaci di attraversare in un lampo luoghi lontani e sconnessi. Il crollo di un fondo di investimenti basato su mutui inesigibili in una provincia americana può svuotare il fondo pensioni pubblico di un Paese estraneo e lontano, in Europa o in Asia.

* * *

Nell’Italia di Berlusconi e di Bossi passeggiano i fantasmi. Un Paese moderno, sesta o settima economia del mondo, è ossessionato dalla minaccia dei Rom. Non milioni di Rom, che in Italia non esistono, ma appena 150mila persone, metà delle quali italiane, metà delle quali bambini. E metà degli adulti, donne. Dunque il pericolo incombente, in una delle grandi (o ex grandi) potenze del mondo, di sessanta milioni di cittadini dei nostri giorni, sono due decine di migliaia di uomini Rom, la maggior parte dei quali, come mostra qualunque statistica, non è dedita ad alcun crimine.

Ma la credenza - una credenza alimentata dal governo e da una parte non piccola di stampa e televisione - è identica al più squallido medioevo di isolati villaggi agricoli: i Rom rubano i bambini. Alcuni episodi di denunce, allarme, accuse, drammatiche narrazioni di tentati rapimenti di nostri bambini da parte di pericolosissimi zingari sono venuti uno dopo l’altro in pochi giorni. Ci sono stati arresti, persone sono state portate via con l’accusa più bizzarra, per una comunità carica di figli (ho già detto che la metà della esigua popolazione Rom italiana è composta di bambini). Ebbene, di quelle accuse, arresti, gravissime imputazioni di rapimento, nessuna notizia, nessuna conferma, è venuta. Soltanto un oscuro silenzio. Eppure non si tratta di un problema di indagini, poiché i fatti sono avvenuti in modo istantaneo, sotto gli occhi dei denuncianti, e sempre in luoghi pubblici e con altre persone presenti. Eppure le cronache dei migliori giornali - che non hanno esitato, almeno nei titoli paurosi e nei drammatici occhielli, a gridare “rapimento” - non hanno più nulla da dirci né voglia di sapere. Era vero?

* * *

Nell’Italia di Berlusconi si aggira e minaccia il Paese il fantasma del clandestino. Intendesi per clandestino un uomo, una donna, un bambino, che vive nel nostro Paese (perché è miracolosamente arrivato vivo dalla traversata in mare) e ci vive non per turismo ma per disperato bisogno. In questo Paese il clandestino lavora, quasi sempre nei mestieri peggiori, quasi sempre per una paga da fame, senza una casa che possa chiamarsi casa, senza cure o scuola (in molte città è proibito, o lo vogliono proibire) per i bambini. Dicono tutti gli esperti - dall’America all’Europa - che gli immigranti senza diritti producono ricchezza per il Paese ospitante. Nell’Italia di Berlusconi personalità di governo variamente disposte in posizioni chiave agitano pregiudizio, paura, antagonismo, odio, in una brutta formula primitiva che in politica funziona (porta voti) ma nella vera vita punta al linciaggio, da Verona al Pigneto. Spiegate pure ai morti e ai feriti che i picchiatori e i saccheggiatori dei loro negozi non erano iscritti al fascio. Immaginate il sollievo degli zingari di Ponticelli, dei familiari del ragazzo di Verona o degli aggrediti all’Università La Sapienza o dei cittadini del Bangladesh al Pigneto nell’apprendere che le sprangate non erano politiche, o che il mandante era Che Guevara.

Mentre il mondo è percorso dal brivido penuria-fame-petrolio-guerra-rischio di nuovo terrorismo, allarmanti scossoni ai più solidi edifici finanziari, l’Italia di Berlusconi introduce nelle leggi italiane 23 nuovi reati a carico dei clandestini e dei lavoratori immigrati (fonte: Il Sole 24 ore, 26, 27 maggio). Lo sguardo sfuocato dal provincialismo disinformato e dalla vista annebbiata della Lega xenofoba guida l’azione “decisionista” di un governo che - come certi giocattoli - sbatte e torna a sbattere contro muri che non vede.

* * *

Sono i muri di un provincialismo e di una autoreferenzialità soffocante che impediscono di percepire il mondo. Mentre l’Alitalia sta per scomparire dai cieli, ti annunciano all’improvviso, con una incosciente allegria da Titanic, il Ponte di Messina, opera gigantesca per cui non esistono disegni e studi di fattibilità e di (immenso, rovinoso) impatto ambientale. E non ci sono e non possono esserci i fondi.

Ti rispondono, con sorrisi fuori posto, che provvede la finanza privata. Sarà la stessa finanza privata che sta affollandosi per rilanciare febbrilmente la grande cordata nazionale e patriottica che salverà l’Alitalia?

Intanto sta per scatenarsi anche sull’Italia impoverita (è povera una famiglia su tre, la metà vive con poco più di mille euro) la più grande tempesta economica dal 1929, ci dicono, i più credibili esperti americani. Loro - il governo fuori dal mondo e dalla realtà e immerso in un cattivo teatro dell’assurdo - si presentano ad annunciare, senza il minimo senso della parole gravissime che stanno pronunciando, il nostro glorioso “ritorno al nucleare”.

Neppure economisti fantasiosi e disinvolti come Tremonti e Brunetta hanno provato a calcolare, sia pure per scherzo, una cifra, per esempio il costo di un abbozzo di progetto di un solo impianto nucleare. Nessuno ha provato a dirci in quanti anni (o decenni) un simile gigantesco investimento sarà compensato da costi minori dell’energia elettrica in Italia, rispetto al costo di oggi. Nessuno ha tentato, magari con una solenne dichiarazione da Napoli, di parlarci della gestione delle scorie.

In questo cupo teatro si aggiunge, perfettamente giustificata dal clima di irrealtà, l’offerta del Primo ministro Berisha. Dice: «Venite a fare i vostri nuovi impianti nucleari in Albania. Noi siamo pronti».

Ecco dunque il nuovo orizzonte di azione del governo fieramente decisionista: la repubblica nucleare d’Italia e di Albania, con Berlusconi capo indiscusso.

Accade però che, dopo aver fatto la faccia feroce a clandestini e immigrati, Berlusconi si impantani nell’immondizia di Napoli, benché abbia fatto di nuovo finta di risolvere il problema con “leggi speciali” (la definizione, tristemente esatta, è di Stefano Rodotà,La Repubblica, 27 maggio).

Il problema è drammatico e invoca soluzioni urgenti di adulti competenti.

Berlusconi ha portato a Napoli il suo miglior abito elettorale (spingere in là il problema per occupare da solo tutta la scena) ma tutto ciò che ha saputo fare è una legge che nega il federalismo, cancella Comuni e Regioni, circonda di Forze armate alcune zone del Paese (la Lega accetta perché a loro importa la secessione, non il federalismo, meno che mai nel Sud). E si blocca di fronte a un nodo maledetto che nessuno dei suoi ha studiato o capito. È vero, neppure i governi locali o nazionali del centrosinistra avevano saputo farlo. Ma questa realtà, allarmante e triste, non autorizza alla celebrazione di Berlusconi che “finalmente ha deciso”. L’immondizia continua. Continuerà.

Purtroppo lo squallido film del finto governo, delle finte decisioni, delle finte soluzioni che sono o illegali o impossibili (la cattiveria di governo, le ronde spontanee contro gli immigrati e i Rom sono l’unico segno della nuova era) è seguito da due comiche finali.

Una è quella, segnata dalla concitazione di gesti e di azioni dei film da ridere di un tempo, una concitazione tipica anche dei sofferenti di iperattivismo, e del ministro Renato Brunetta. È la “Festa del fannullone” in cui la finzione è evidente: il capro espiatorio si vede al primo sguardo (il capo ti rovina quando vuole, secondo le buone regole del mobbing, che - come tutti sanno - impediscono a qualcuno di lavorare). E l’intimidazione contro i medici che rilasciano certificati finti è roba forse vera e forse falsa, e non annuncia nulla se non disprezzo per chi lavora davvero e si ammala davvero. Infatti l’accusa ai medici non viene da una rigorosa inchiesta, ma dal sentito dire sul pianerottolo del condominio. In altre parole, come sempre nell’Italia della burocrazia, volano gli stracci e zompa chi può. Ve lo immaginate, in un clima improvvisato e superficiale di questo genere, come saranno bravi i dirigenti e i funzionari peggiori nel liberarsi di rompiscatole laboriosi che, per giunta, sono inclini a denunciare le complicità fra politica e burocrazia?

Però non è tutto. Il cambio di stagione non si apprezza, nella sua triste portata, se non si dice, e si ricorda, e si dovrà ricordare, che tutta la prima fase di lavoro alla Camera dei Deputati italiana è stata spesa nel tentativo della maggioranza di difendere gli interessi e gli affari di Mediaset e di Berlusconi (salvataggio sfacciato di Rete 4). Ha fatto blocco, nell’aula di Montecitorio, l’impegno del Partito democratico, dell’Italia dei valori di Di Pietro, e - questa volta - anche del gruppo di Casini, per impedire un simile uso immorale delle Istituzioni italiane.

Questa volta, almeno un poco, almeno in parte, l’opposizione ha vinto. Il vero punto segnato, però, è quello che tanti negano e di cui si fingono annoiati. È avere dimostrato che tutto continua, che non c’è alcun nuovo Berlusconi, che il conflitto di interessi esiste, cresce e, come un totem primitivo, è l’unica cosa salda e solida al centro del disastrato paesaggio italiano.

furiocolombo@unita.it
 
 
May 25

Il deputato ombra di Furio Colombo

Si muove con circospezione, lontano dal potere ma non proprio nel fiume caldo dell’opposizione, il deputato ombra. È colmo di buoni sentimenti, nel senso politico della parola, rivede le facce di coloro che lo hanno votato (quelle che ha incontrato in campagna elettorale, quelle che incontra per strada) risente le voci, le frasi che chiedono, rimproverano, vogliono sapere che cosa accadrà (il solito desiderio umano e impossibile). Vorrebbe rispondere.

Il fatto è che ha già parlato il Governo ombra, che, proprio perché esiste, si è dato un codice istituzionale, che vuol dire il più possibile positivo. È un compito di civiltà. Però introduce anche nella opposizione un antico problema italiano, il rapporto fra il Governo e il Parlamento (Deputati e Senatori). Il Governo parla subito. Quando ha parlato, o segui o disturbi. Nella tradizione italiana tutto ciò - salvo che per brevi periodi di lavoro in comune - non è co-governare, come avviene in altri Paesi, dalla Germania all’Inghilterra, dalla Scandinavia agli Stati Uniti. È una sorta di rivalità, fra parlamentari e ministri della stessa parte politica. La Costituzione divide con estrema saggezza i compiti di Governo e Parlamento e, con altrettanta saggezza, li collega e li armonizza. E tuttavia - nella tradizione democratica italiana - è il governo a lasciare il segno e a tirare la volata. E del miglior Parlamento, se c’è mai stato, non restano tracce. Anzi è sul Parlamento - e non sul governo - che pesa il duro giudizio e il disprezzo dell’antipolitica. Lo dimostra il fatto che, in piena tempesta, le onde dell’antipolitica devastano un Parlamento né meglio né peggio di tanti altri (italiani, europei, americani) ma intanto elegge il governo di un leader ricchissimo che torna al potere con tutti i suoi dirigenti d’azienda e il suo pieno di violazioni, imputazioni e illegalità. E subito dopo, di nuovo, l’occhio scrutatore di quella che possiamo chiamare la nuova professione di «critica della politica» punta su ristoranti, pensioni e barbieri dei personaggi della politica (i parlamentari) mentre lì accanto giace, intatto, un gigantesco conflitto d’interessi.

Vuol dire uso del potere per affari personali e con un tornaconto mille volte più grande di tutti i pur sgradevoli ed esecrabili abusi denunciati giustamente da chi conduce il monitoraggio della casta.

Ma appunto: uso del potere. In qualche modo il potere assolve se stesso e lascia il resto della politica, buona o cattiva, onesta o disonesta che sia, esposta al comprensibile malumore dei cittadini.

Tutto ciò per dire che, se fai politica, è meglio governare che stare a sostenere chi governa, in quasi qualunque funzione. Questo spiega la ressa nel settore dei sottosegretari, che presto saranno 102 anche sotto l’austero Berlusconi.

* * *

Il Governo ombra? È pure sempre un Governo, benché virtuale. Per ogni materia e settore c’è un ministro. Quel ministro è titolare della materia, ne ha competenza e ha il compito - del tutto ragionevole e legittimo - di dire ciò che va detto caso per caso, evento per evento, problema per problema. Certo è una testimonianza, non un atto di potere. Infatti un Governo ombra è un Governo simbolo. Ma chi fa opposizione da parlamentare è molto più indietro, molto più isolato, del suo collega parlamentare di maggioranza quanto al rapporto col suo governo. Il fatto è che il parlamentare di opposizione non ha alcun potere da condividere, alcun beneficio, anche solo ideale, da strappare a nome e per conto degli elettori. Lasciati soli, e impossibilitati a influire su decisioni che comunque non spettano all’opposizione, i deputati ombra hanno la sola via d’uscita e di esistenza nel ribattere, in modo libero e immediato, a ciò che ha detto o fatto la maggioranza e il suo governo. E pensano di farlo per identificarsi con gli elettori, che non hanno voce. Però nel momento in cui il deputato ombra è pronto ad agire, il suo ministro ombra ha già parlato. Lo richiede - ogni volta - la inevitabile simmetria di dichiarazioni, intenzioni e atti fra governo della maggioranza e governo ombra. Ma il deputato ombra si trova confinato in un angolo. Infatti il ministro ombra, dovendo tener testa ad un vero ministro, ne fa un monitoraggio costante a nome nostro (cittadini e parlamentari). Ma deve subire il corso degli eventi. In altre parole, è il ministro vero a decidere, con i suoi fatti e misfatti, ciò che dirà, per le ragioni e le necessità che ho appena detto, il ministro ombra. In tal modo il ministro ombra, sbarra la strada al deputato ombra. Nel migliore dei casi il deputato ombra ha perduto l’occasione di parlare per primo ed essere protagonista della sua piccola storia (nel senso giornalistico) del momento. Pazienza, si dirà: un piccolo colpo alla vanità. Certo, può accadere che il deputato ombra non sia d’accordo con il governo ombra. Forse lui (lei) aveva un’altra cosa da dire, forse il contrario di ciò che ha appena ascoltato dal suo “ministro”. Lui (lei) a volte è in disaccordo netto. Crede di vedere in ciò che è stato detto a suo nome, un errore. È un normale fatto della vita politica. Ma il deputato ombra non ha lo spazio di “diversa opinione” dei parlamentari di maggioranza. Di là, il distillarsi, giorno per giorno, degli atti di potere, di governo e delle relative conseguenze, compensa e alla fine armonizza in qualche modo i dissensi, attraverso i benefici del governare. Di qua, solitudine. Non è bella l’alternativa di dissentire in modo aperto e chiaro dal tuo governo ombra nel momento in cui lo stare insieme, lo stare uniti, appare il solo valore di cui si dispone.

* * *

Qui si insinua un fattore in più. Una volta, in tempi che ormai sembrano lontanissimi, era il partito a fare da legame, tessuto connettivo, camera di compensazione, luogo per stare insieme e dire “noi”, persino se e quando dissensi netti su un punto o su un altro contrapponevano persone o gruppi dello stesso partito.

E accanto al contenitore partito c’erano “gli indipendenti” che venivano invitati ad associarsi senza perdere identità e, appunto, “indipendenza”. Tutto ciò creava una vasta area di convivenza, con il suo meglio e il suo peggio, ma senza escludere presenza e iniziativa di chi voleva partecipare in modo attivo alla vita politica.

Questa volta, nei giorni di cui stiamo parlando, il partito (il Partito democratico) è come una creta fresca, appena impastata. È ragionevole che ti chiedano di non lasciare il segno nella materia ancora non definita, come fanno quei ragazzacci che vogliono che resti per sempre l’impronta della loro scarpa nel cemento fresco. Ma il problema esiste. Te lo fa notare Stefano Menichini, direttore di Europa (dicono che sia uno dei quotidiani del Pd, l’altro è certo l’Unità, ma un altro ancora potrebbe essere il Riformista) quando intitola un editoriale «Sconfiggere Travaglio e Colombo» (13 maggio). Te lo fa notare (sempre su Europa, sempre editoriale) Paolo Natale quando si domanda «Opposizione vuol dire Di Pietro?» (22 maggio). In quell’articolo leggi: «Anche nei partiti d’opposizione, una quota significativa concede fiducia al nuovo esecutivo. Ma la sintonia che sembra manifestarsi tra i due maggiori partiti, Pdl e Pd, pare far individuare nel partito di Di Pietro la reale e più agguerrita alterità nei confronti di Berlusconi».

Come si vede, una bella fetta di mercato elettorale viene regalata a Italia dei valori (come se la Fiat dicesse a Smart: “tranquilli, noi non costruiremo più Cinquecento e Panda”). Ma, allo stesso tempo, si introduce un “indice di estraneità” che serve per un giudizio istantaneo sul deputato ombra che eventualmente dissentisse dal suo ministro ombra: “Che fai, stai con Di Pietro?”. Più aspro l’editto di Andrea Romano, già area Ds, ora dirigente editoriale (Einaudi-Mondadori) ma anche opinionista de La Stampa. Scrive (22 maggio): «Fuori dal perimetro politico del Pd, sta rapidamente rafforzandosi un’entità di opposizione all’insegna dell’intransigenza e della indignazione moralistica, dominata da quel Di Pietro con cui Veltroni ha stipulato una alleanza elettorale che attende ancora di essere spiegata. Le ragioni di Di Pietro sono ragioni strutturalmente minoritarie e incapaci di arrecare il minimo danno al consenso del centrodestra. Per rendersene conto basta leggere l’Unità di questi giorni. Quello che in teoria dovrebbe essere il quotidiano del Pd, di fatto è stato appaltato alle ragioni dell’Italia dei Valori, partito alleato ma già concorrente. È questo il problema che attende di essere risolto da Veltroni».

Avete capito bene. Si tende a definire una nuova ortodossia in nome di una misteriosa “vocazione maggioritaria” che si manifesta solo evitando ogni “intransigenza e indignazione moralistica” (per esempio insistere sul conflitto di interessi e la sfacciata difesa di Rete 4 contro la decisione della Corte di Giustizia Europea).

Potrei osservare che si tratta dello stesso autore che il primo dicembre 2004 ha detto, in una sua lettera a l’Unità, che «Bondi e Schifani popolano la sua (la mia, n.d.r.) galleria personale degli orrori, un esempio inquietante di mentalità totalitaria». Qui, però mi serve per dimostrare il punto al quale cercavo di arrivare. Soltanto un partito democratico con porte e finestre aperte sulla vita e i sentimenti dei suoi elettori può liberare i molti Andrea Romano dalla riluttanza a fare opposizione in modo netto. Dicono che criticare apertamente e anche vivacemente Berlusconi risveglia un grumo di fantasmi totalitari.

A me sembra che il Partito Democratico abbia raccolto i suoi dodici milioni di voti dalla intransigenza e dalla indignazione che hanno fatto esistere Gobetti, Matteotti, i fratelli Rosselli. Non oso dire Gramsci perché, ormai, quel nome glorioso viene agitato contro l’Unità ogni volta che l’Unità, magari sbagliando, segue la lezione di Gramsci che era: mai tacere, mai rinunciare, mai scambiare il consenso (che nel fascismo era grande) con la ragione, meno che mai con la verità.

Soltanto un grande Partito Democratico può liberare i direttori di Europa e del Riformista dall’incubo di non essere influenti membri della classe dirigente del presente, ed eventualmente del futuro, se scivoleranno nell’errore dipietrista (è il nuovo nome del deviazionismo) di fare opposizione senza guanti bianchi, così come la destra la ha fatta al centrosinistra negli ultimi due anni, guadagnandosi una bella vittoria.

Forse, per un grande progetto di opposizione a nome di mezza Italia, è bene che resti viva l’indignazione del deputato ombra. Questo strano ostinato individuo, che sembra appartenere a una razza in via di estinzione nel nostro Paese, per sé non ha molto da chiedere. Ma gli resta un filo di speranza e un residuo di passione per un’Italia pulita e diversa che vorrebbe condividere persino con Menichini, Romano e Polito.

furiocolombo@unita.it
 

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L'Intelligenza di Vincenzo Cerami

A ogni persona intelligente capita un momento in cui si sente esclusa dal comune vivere e dal comune sentire. Le danno torto gli amici, il buon senso, la morale, l’evidenza dei fatti. Però non c’è niente da fare, si intestardisce nelle sue convinzioni tra le incomprensioni di tutti. Evidentemente le ragioni che la rendono così diversa e enigmatica sono profonde e complesse, impossibili da capirsi a occhio nudo. Il senso di solitudine che la pervade, la fa isolare, spesso scomparire dalla circolazione. Quante cose facciamo che non dovremmo fare, e che pure ripetiamo con la stessa disinvoltura! Ciò che a noi sembra naturale, perfino innocente, può risultare agli altri scandaloso.
Ci sono uomini che vivono eternamente in tale idiosincrasia, che non si sentono mai in sintonia con il mondo circostante: trovano tutto inadeguato, sfasato rispetto a una visione libera, perfino anarchica del mondo. Stanno loro stretti i rituali della vita quotidiana così come normalmente si svolgono. Non condividono il linguaggio dei rapporti interpersonali, affettivi, sociali.

Soffrono la volgarità del mercimonio, le prove di forza, le piccole e grandi sopraffazioni, i ricatti nascosti, l’egoismo, l’endemico razzismo di chi si misura col debole, il pregiudizio di chi impone al prossimo il proprio
modello di vita.
Sono queste persone incontentabili le uniche che ammiro, e amo. Sono le più intelligenti. In fin dei conti, seppure appartate, esse godono di quel che c’è veramente da godere, mentre gli altri corrono dietro a chi corre.
“Un uomo intelligente - diceva Schopenhauer - costretto a vivere insieme a degli sciocchi assomiglia a colui che ha un orologio che va bene in una città le cui torri hanno tutte orologi che vanno male. Lui solo sa l’ora giusta: ma a che serve? Tutta la gente si regola secondo gli orologi
cittadini sbagliati.”
Certo, quando la realtà finta è l’unica che esiste per la stragrande maggioranza dei cittadini, è difficile agire come se niente fosse, chiudere gli occhi e accettare l’inganno. Tanto vale sopportare con pietas i cattivi giudizi di chi non capirà mai.

 

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May 11

Vado Avanti!!!

Qualcuno comincia a pensare che a seguito dell'ultima, ennesima, batosta elettorale io abbia abbandonato le armi.
Forse il mio blog può dare questa impressione, del resto da un pò di tempo non faccio che scrivere e parlare di colombi viaggiatori, mi sono ormai immerso nella medicina veterinaria e particolarmente nella patologia aviare.
 
Cmq posso rassicurarvi, miei cari amici, che la mia penna non ha mai smesso di scrivere di politica, le mie opere non sono mai state abbandonate.
Devo dirvi che c'è tempo e tempo.
 
Sto alla finestra a guardare, ma lavoro alla costruzione di quella società civile cosciente di cui il Partito (che forse sarà esistito solo nella mia testa) è l'espressione.
 
Qualche tempo fa ho aderito all'ITALIA dei VALORI, una scelta strana e diversa dalla mia tradizione culturale. Una scelta che mi ha fatto stare male certe volte.
 
UNA SCELTA DIFFICILE, che ha contribuito a crearmi tanti nemici anche tra le persone a cui ho voluto tanto bene e che pensavo decidessero, se non di condividere, di accettarla.
 
Ho conosciuto nuove persone, con alcune delle quali ho legato particolarmente, con altri, lasciamo perdere (per loro sono il Comunista, nella loro pseudo-cultura, tale parola è sinonimo di perdente, perchè essi tifano, militano e votano a secondo di dove tira il vento della vittoria), nuovi e vecchi amici si stanno unendo al gruppo di cui non sono il fondatore, ne la guida, ne il mentore, sono insieme ad essi il motore del cambiamento per la costruzione di un mondo migliore.
 
Non sono un buon politico, perchè dovrei essere freddo, calcolatore, dovrei sapermi adattare all'evenienza, sono un passionale, una persona che crede in quello che dice, che soffre insieme agli altri.
 
Perchè la sofferenza è la strada maestra, solo attraverso di essa ci si può avvicinare alla Verità.
 
Il mio percorso politico potrà avere altri sbandamenti, altri punti di arresto, ma solo chi non fa non sbaglia, solo chi è fermo o percorre strade già tracciate non può perdersi, ma non conoscerà nemmeno l'ebrezza di essere un pioniere, dell'essere solo ma anche parte di un tutto.
 
Io ci credo.
 

http://www.myspace.com/aliangeliche

 

Dicos0

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Location
Interests
Intraprendente sognatore
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